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Claudia Di Fonzo
Corradino et Todischi vinto avere credeano,Dalla “terza” redazione inedita dell'Ottimo commento il canto di Maometto: una nuova fonte. Claudia Di Fonzo, Dalla terza redazione inedita dell’Ottimo commento il canto di Maometto: una nuova fonte, in «Studi Danteschi» LXVI (2001), pp. 35-62. ché re Carlo et soa gente per campo non vedeano; Cercando per li morti et per Carlo geano: Quilli tre coronati tucti morti li aveano [Buccio di Ranallo, Cronaca Aquilana a cura di Carlo De Matteis] Non si potrebbe rendere a pieno, neppure in prosa, verba soluta modis , e descrivendolo più volte, “il modo della nona bolgia sozzo” dove son puniti gli scismatici e tra questi Maometto. Scismatici, spiega Jacopo della Lana nel lungo proemio al canto, sono coloro che disgiunsero un uomo dall'altro. Continua Jacopo con una citazione da Isidoro che negli Etymologiarum libri, VIII III, 5 scrive: “Schisma ab scissura animorum vocata” , e spiega la differenza tra infedeltà e scisma: “ché la infedeltà si oppone alla vertude della fede; scisma si oppone alla virtù della carità e alla unione della Chiesa”. Quindi articola una lunga riflessione in merito a quale dei due sia il peccato maggiore e dice che “parrebbe esser maggiore lo scisma” poiché essendo “male della moltitudine, cioè della unione della Chiesa, si oppone al maggior bene” secondo quanto scrive Aristotele nel settimo dell'Etica. Ma poiché l'oggetto della fede è Dio peccare d'infedeltà significa peccare contro Dio e per questo è peccato più grande. Se la “prima redazione” dell'Ottimo (O1 ed. TORRI) e la terza (O3 ultima redazione da noi presa in esame) omettono questa considerazione teologica, la seconda redazione del commento (O2 rappresentata dal codice Riccardiano 1004) la ripropone in larga misura secondo quanto illustrato da Jacopo della Lana e precisamente nel proemio al canto dove, dopo una prima parte di esplicazione strutturale, O2 si sofferma sul peccato degli scismatici e sulla gravità dello stesso da riferire al fatto che questi peccatori “perforano il corpo della Chiesa” e disperdono le pecore. E citando Jacopo scrive: E in questo luogo pare degno di formare questa questione: qual è maggiore peccato o la infedelitade o la scisma et pare che sia la scisma. Et pruovasi così: quello è maggiore male il quale è opposito per quantità al maggiore bene. Il maggiore bene è quello che apartiene alla moltitudine come dice Aristotile nel primo de l'Etica et il divino è maggiore che l'umano, sì come il Philosapho pruova nello .viii. dell'Etica; dunque la scisma ch'è male della moltitudine ed è male dell'anima et maggiore male che lla infedelitade, corrompe pur questo in ch'ella è la maggioritade del peccato. Si puote considerare due modi: nell’uno modo secondo la spetie nella quale si fae peccato, l’altro secondo la circunferenza del peccato. Lo peccato riceve spetie secondo suo obiecto; manifesto è che l’obiecto della fede è Dio. L’obiecto della scisma è [ms: et] l’unione della Chiesa. Sì che appare che peccare di infedelitade si è peccare contro a Dio. Et peccare in scisma è [ms et] peccare contro l’unione delli fedeli. Et peccare contro l’unione è maggiore peccato che non solo pecca[re] contro Dio. (Riccardiano 1004, c. 73 v) Il commento si chiude con una considerazione autonoma ulteriore su come tale peccato di infedeltà sia causa anche dell'altro, cioè a dire dello scisma. La tradizione antica di commento a tal proposito non fa altro che riproporre la complessa leggenda negativa di Maometto diffusasi nel Medioevo latino attraverso diversi autori e in diverse fogge , tradizione che si ipostatizza nella rappresentazione dantesca della nona bolgia: Gerberto di Nogent (1052-1124 Gesta Dei per Francos) riporta di Maometto le informazioni pervenutegli dalla tradizione orale dell'undecimo secolo e per questo è incerto circa il tempo nel quale “Mathomus” visse come pure circa il nome effettivo. Incertezze sui natali e sulle date a parte, Gerberto racconta come in Alessandria “a quel tempo” morisse un Patriarca e come, volendone designare l'erede, si esaminassero la vita e le teorie di un eremita a tal fine designato. Trovate le sue teorie non conformi alla fede cattolica l'eremita non fu designato e per altro perse tutti i suoi seguaci. Nel mentre che l'eremita, privato di ogni autorevolezza, meditava la vendetta, gli giunse una ispirazione maligna: quella di istruire con le sue dottrine un rampollo che gli avrebbe dato conforto e fama. Il giovane che si presentò era appunto Mathomus. Dopo averlo istruito l'eremita gli fece sposare una vedova e dopo le nozze apparve in Mathomus il mal caduco alias epilessia. L'eremita fece in modo che questo fosse ritenuto il segno dello spirito profetico del giovinetto. Quindi, dopo aver ammaestrato un bovino, Mathomus raduna le folle e annuncia loro che Dio manderà una nuova legge in modo miracoloso. Dopo tre giorni la mucca addestrata sulle cui corna era stato legato un libro uscì da un nascondiglio e si prostrò a Mathomus. Il libro fu letto alla plebe e fu ben accolto per i costumi licenziosi che prescriveva. Nel poemetto forse attribuibile a Embrico di Mainz, ma a lungo attribuito a Ildeberto di Tours (1055-1133), un tal monaco eretico fugge in Libia dopo aver tentato di diventare patriarca di Gerusalemme e avendogli fatto resistenza l'imperatore Teodosio. Mamuzio è a quel tempo servo del console di Libia. Nel frattempo muore il re di Libia e il fuggiasco monaco eretico convince la vedova del re a sposare Mamuzio. Anche in questo poemetto è un toro addestrato che gli si prostra davanti, con la complicità fraudolenta del monaco eretico, a far guadagnare a Mamuzio la carica di re e a farne eleggere dal popolo la legge. Il Roman de Mahomet è il rifacimento francese del poemetto latino con l'inserzione di elementi afferenti alla tradizione cavalleresca. Di diversa portata l'operazione condotta da coloro che ricorsero alle fonti della tradizione mussulmana. Tra questi il D'Ancona colloca Pietro il Venerabile, traduttore in latino del Corano, che scrisse una biografia del profeta e un dialogo tra un cristiano e un maomettano, Jacopo da Vitry che ne trattò nella Historia Hierosolimitana, Martino Polono che nella sua cronaca volle Maometto mago, pseudoprofeta e capo dei ladroni e Vincenzo Bellovacense che nello Speculum historiale (XXII-XXIII) usò per il suo racconto tre diverse fonti: dalla Cronaca di Ugo Floriacense tolse la notizia dell'arte negromantica di Maometto, del suo matrimonio con Khadiga (o Adige) e della epilessia; dal Libellus in partibus transmarinis de Machometi fallaciis la storiella della mucca, dei ricettacoli di latte e miele, e quella della colomba ammaestrata a beccare nell'orecchio di Maometto e da lui fatta credere lo Spirito Santo (riportata anche da O2), e dalla Disputatio cuiusdam Saraceni et cuiusdam Christiani de Arabia super lege Saracinorum et fide Christianorum inter se toglie la notizia che Sergio monaco, scomunicato ed espulso dal monastero di appartenenza giunse fino alla Mecca dove, dopo aver trovato Maometto che adorava gli idoli, assunse il nome di Nestorio e lo fece suo discepolo. Pietro di Cluny, Jacopo da Vitry Martino Polono come anche il Bellovacense e con minime differenze menzionano tutti il monaco Sergio che nel libro di Yesu'yab e di Mas'udi si identifica con Bahira. In un’altra serie di racconti, accanto al monaco nestoriano Sergio appare, quale istigatore di Maometto, un dignitario della Chiesa, Niccolò identificato con il Niccolò diacono dei tempi apostolici: tra gli altri D'Ancona cita i racconti di Pier Pascasio e Tommaso Fusco. . A questi racconti fa riferimento Jacopo della Lana allorché scrive: “Maometto fu scismatico per la iniquità d'uno monaco delle Smirne che ebbe nome Niccolao. Ora è da sapere che il ditto Niccolao fu uno sottilissimo uomo e per cristianismo si mosse e andòe alla Mecca che è di Spagna e vicino della Barberia là ove abitano i Mori e giunto s'accostòe a uno maggiore del paese che aveva nome Maometto che era arabo e grande uomo”; dopo aver convertito quella gente alla sua fede Niccolao apprende che il papa è intenzionato a nominare un patriarca per quella regione divenuta cristiana e “avendo speranza d'essere lo maggiore in quelli paesi per la Chiesa e sentendo che il patriarca venia e sotto quello elli sarebbe, sì li pesoe molto e misesi a grande iniquitade contro sua coscienza” e fece credere a Maometto “come Dio l'aveva fatto suo messo per predicare sua novella ....ed isformoe la fede cristiana in ogni cosa” . La vulgata della leggenda relativa a Maometto, ipostatizzata nella nona bolgia dal poietico collettore Dante , tendeva, in ogni caso e sulla scia dei polemisti cristiani, a ricondurre l'esperienza del Profeta entro quella della Chiesa cristiana facendone uno scismatico seguace delle teorie di un prelato deluso, Sergio (Nicola Osio o Pelagio che fosse) padre spirituale di Mohammed (Maometto) in tutta la trattatistica latina relativa alle cose d'Arabia. Da Vincenzo Bellovacense probabilmente attinse l'Ottimo non senza qualche differenza tra la prima e la terza rispetto alla seconda redazione del commento medesimo . Leggiamo da O2 (Riccardiano 1004) a carta 74 v: Et poi lo induce a mostrare lli anni del Signore circa .dcxxi. Essendo papa Orosio primo e imperadore Eradio, maometto profeta de’ Saracini si levoe, il quale fue negromantico et gravato d’infermitade che ssi chiama epilessia (O3 mal caduco) e fue apostata quando per quella infermitade cadeva. Arrio che gente non ferie, ad esse facea credere che allora parlava coll’angelo. Dicesi che costui essendo capo di certi huomini dati a uccidere e a rrubare, per la costui forza divenne re et fue amaestrato da uno monaco heretico ch'ebbe nome Sergio; in su la malitia ch’elli fece; questo Maometto, morie a tempo del detto imperadore et dopo lui signoreggioe Abior nel .vic xxi / a mezo luglio; alcuno così scrive di lui che nella Storia di Macometto si truova: fu uno monaco di picciola fama nella corte di Roma sanza beneficio il quale per impetrare molto vi stette et niente obtenne, sì che irato si partie et andonne oltremare et quivi acolse molte genti alle quali fece intendere molte falsitadi et credere ciò ch’egli dicea però che lle genti erano grosse d’intendimento; et quivi trovoe Macometto ch’era mercatante et disseli che lo voleva fare singnore et maggiore di quello popolo et a cciò il soddusse et nutricoe un gran tempo nella sua casa una colomba bianca et davale da mangiare nella orecchia di Macommetto granella di biada” O2 continua con il racconto della colomba addestrata a mangiare dall’orecchio di Maometto, tratto dal racconto di Vincenzo Bellovacense che lo attinge a sua volta dal già citato Libellus in partibus transmarinis de Machometi fallaciis. Leggiamo quanto segue dal Riccardiano: et none in altro luogo se non quivi perché la colomba fu sì costumata che quando voleva pizacare sempre si venia a posare in sullo muschulo di Macometto et pizicava il biado che trovava nell’orecchio. Poi il falso chierico fece raunare tutto il popolo in una grande piazza. Et disseli ch’elli volea ch’elli avessero signore et pastore ch’elli tenessero in dirictura et che desse loro regola et legge per la quale si mantenessono . Nel commento al canto proposto, e nella terza redazione qui esaminata, i consiglieri fraudolenti di Maometto paiono essere due, sempre che non si tratti dello stesso: il “falso christiano nome Giosio overo Sergio, grande scienziato et contumace della Chiesa di Roma il quale gl’insignoe più forte fondare la sua legge, col quale s’acostoe” e un “judeo rinegato”. Grazie a questi due consiglieri Maometto accrebbe la sua fama e “ordinoe la legge de l’Alcoran tracta in parte del Vecchio Testamento et in parte del Nuovo et in parte della paganesca”. Circa la reduplicazione dei consiglieri due sono le ipotesi possibili. La prima ipotesi da verificare è che si tratti di un tentativo da parte del redattore di O3 di contaminare i due filoni principali della tradizione del nome del mentore di Maometto: l'una basata sulla trattatistica latina che torna alle fonti arabe di Alkindi ed altri e sull'identificazione di Bahira con Sergius Nestorianus (come fa Vincenzo Bellovacense) e l'altra, più tarda, secondo la quale prevale il nome di Niccolò prelato della Chiesa di Roma. L'altra ipotesi è che la notizia di questi due consiglieri giunga da altra fonte. Infatti nella redazione italiana dell'opera spagnola di Juan Andreàs Confusione della setta Machometana, la cui redazione spagnola risale comunque al 1515, troviamo notizia di questi altri due consiglieri: “Dicono ghiossatori dell'Alcorano e il libro de Azear che questi che l'aiutarono furono due maestri che facevano spade Christiani schiavi di uno di Mecha” . La cristianità medioevale, dunque, non riconobbe mai alla missione di Maometto l'autonoma istanza di reazione al politeismo arabo pagano; piuttosto considerò questa reazione l’effetto dell’adesione di Maometto medesimo al nestorianesimo e al docetismo, eresie cristiane scaturite da una diversa concezione cristologica e trinitaria. Questa stessa visione delle cose è alla base della scelta di Dante di porre Maometto nella nona bolgia infernale come del resto ci rivela la tradizione antica di commento alla Commedia, Ottimo compreso. A partire dalla conquista della Spagna (711) gli arabi diventano una costante minaccia politica per l'Occidente cristiano. Tuttavia non dobbiamo credere che la leggenda negativa di Maometto sia la cifra del dialogo cristiano-mussulmano del Medioevo. Se così fosse non si spiegherebbe perché lo stesso Dante abbia posto nel Limbo, in un eccezionale isolamento, nel castello degli spiriti magni per la sua fama di magnanimità, il Saladino, responsabile della conquista di Gerusalemme e fiero avversario dei cristiani nella Terza Crociata ; le stesse crociate, del resto, sono nella storiografia araba non già guerre di religione ma di conquista. Tra gli spiriti magni di Inferno IV appaiono anche Avicenna e Averroè . E per quel che riguarda Averroè “l'uso che Dante fa dell'autorità di Averroè riguardo alla natura dell'"intelletto possibile" (o "potenziale") ha generato un gran numero di discussioni nell'ultimo mezzo secolo” . Quanto la tradizione arabo- mussulmana sia penetrata in quella cristiano-medievale lo rivelano gli ergasteria dei commenti antichi, speciali modo Jacopo della Lana, Guido da Pisa, Pietro Alighieri e l’Ottimo medesimo. O3 nella fattispecie ci fornisce diverse testimonianze del milieu culturale entro il quale operava e dell’interesse per la tradizione arabo-mussulmana di pertinenza astronomica o astrologica, là dove con astrologia s’intenda comunque la scienza dei pianeti e delle loro influenze terrestri, teoresi sottesa alla filosofia del determinismo astronomico combattuto da Dante in Purgatorio XVI, 73 allorché scrive: Lo cielo i vostri movimenti inizia soltanto e lume v’è dato a bene e a malizia e rivendica così la libertà dell’arbitrio dell’uomo che non muove da necessità. Tra i filosofi arabi Alchindi , più volte citato da Jacopo della Lana, Albumasar e Alchabiz quelli sicuramente citati in O3. O1 nel commento a Inferno I, 91 parla del veltro e in relazione alle età del mondo scrive «Onde è da sapere, che l'Autore, poetizzando l'opinione d'alcuni Filosofi e Poeti, vuole che 'l mondo si passi per etadi, e queste si reggano per la influenza de' sette Pianeti, ed a ciascuna etade dà mille anni di tempo». O3 aggiunge che la fonte a cui far riferimento per le sopraddette età del mondo, è Albumasar, Libro delle Congiuntioni e così facendo non fa altro che citare dal commento di Jacopo della Lana. Legitur: A te convien tener et cetera. Queste sono parole della ragione in forma di Virgilio, nelli quali Virgilio mostra a l’auctore che elli àe errato il camino et che altra via li conviene tenere, se vuole campare da la morte de l’anima. Et dichiara le proprietadi di quella lupa, e li mali che ella àe fatto a li mortali, e farae infine che vegna uno veltro, cioè uno principe poderoso, nel quale sieno li contrarii effecti di quelli che fa la lupa, il quale la cacci del mondo e ripingala nello inferno tra li demoni, luogho deputato a li vitii, là onde la invidia che ebbe il dyavolo a l’uomo, cioè ad Adam et Eva che erano nel paradiso delitiano creati a possedere lo luogho del quale colui fu cacciato, dipartie quella avaritia con la quale il demonio temptoe li primi nostri parenti, Ut habetur in Genesi, .iii. capitulo. Il quale veltro non farae suo cibo delle cose terrene, ma delle cose divine. Ad evidentia di questo veltro è da sapere che qui si seguita l’oppinione delli astrologi e de’ savii naturali, li quali tengono sì come dice Albumasar nel Libro delle Congiuntioni: “Lo mondo si reggie naturalmente ad etadi, nelle quale singularmente regge e signoreggia uno pianeto”. (p. 7b) In una di quelle chiose che costituiscono un gruppo di aggiunzioni purgatoriali successive e che complicano la tradizione della redazione ultima dell’Ottimo, il “compilatore” meridionale propone nel proemio a Purgatorio XXXIII una chiosa compendio da Jacopo della Lana dal quale commento toglie anche la citazione della fonte: Albumasar. Legitur dal Barberiniano 4103 a p. 246b: E dividese questo capitolo in .vii. altre cose. La prima tocca como la chiesa non è in suo arbitrio, ma è soctoposta a la segnioria di Francia et per consequens non è lega[ta] ad obediencia. La seconda poetando descrive e palesa como per uno duca se farà la vendecta de tale offesa. La tercia tocca come Beatrice li pose como tale visione devesse ponere in iscripto a ciò che exemplo e correcione potese agenerare tra li vivi. La quarta redargue Beatrice l’autore esponendoli che, se non fosse stato così vano a lo mundo, tale visione non era necessaria in però che per sé la averia veduta. La quinta a perfeccione del poema denota lo tempo, quando vede tale conquerere. La .vi. tocca del fiume de Lethe e de Eunoe. La .vii. e l’oltima pone silencio al tractato del Purgatorio. A la prima cosa si è da sapere che Davit volendo descrivere le percussione che ebe lo populo de Israel d’altra gente stranea sì descrisse quello psalmo che dice: «Deus venerunt gentes in hereditatem tuam eo inclinaverunt templum sanctum tuum», et cetera, lo quale figura la percussione de la ecclesia et spicialmente da persone non adate ni ordenate a ciò sì come sanno li secolari segnori, li quali non degeno strupare la ecclesia, né per m[o]do simoniaco intrare in essa da la quale percussione ne pesa a Dio et a la veretà et al virtuoso vivere mundano; et poetando pone l’autore, de tale offencione, / (p. 246 b) Beatrice et le .vii. virtù pia[n]gere et lam[en]tarese, sì come appare. A la seconda cosa si è da sapere che quella cosa che non è in suo arbitrio libero non se può dire che sia per sé, ma se pote dire ch’ella sia ordenata da altri e quillo è per sé che àe arbitrio a tale essere et cusì dice l’autore in persona de Beatrice. La ecclesia fo già in suo arbitrio, mo non è: cioè che è subdita et serva de quilli da la casa de Francia sì che se pote dire, la ecclesia non è in quilli da la casa de Francia sonno ; et se la ecclesia de Dio non è in suo arbitrio, el quale è usare le vestigie de Cristo, sequisce ch’ella non è più legata ad obediencia de tale iusticia ma è tucta in quillo modo che piace a la casa de Francia. A la terza cosa si è da sapere che la iusticia de Dio comporta uno tempo l’o[l]tragio et persecucione, poi mecte mano a la spada et vendica, iudica e punisce tanto acerbo quanto è la mira de la colpa et fa quiste vindecte in diversi modi et sovra natura, ciò è per miraculo, sì como fo quillo de Ocza del quale è dicto e’ llo .x. de quisto Purgatorio et, per modo naturale, sì come fo quillo de Tito che assediò Yerusalem sì come e’ llo .xxi. capitolo de la presente chantica. Or pone l’autore che lo executore de la pena de la predicta colpa serà uno doce lo quale persequetarà li mali pasturi de la ecclesia et li adulteratori de essa et redurrali a tale despersione che de loro non se trovarà alcuno, sì ch’elli dericzarae la ecclesia nel suo verace stato et constituilla e’ l proprio arbitrio et sogionge ch’elli vede tale executore per costillacione. A la quale cosa si è da sapere che quille vendecte che sonno reposte e’ llo divino intellecto, non se possono sapere per modo de sciencia ma solo per revelaci[o]ne facta da Dio, el quale è solo quillo che se medesmo <se> intende et però per constillacione non se può sapere. Ma lo dicto de l’autore se puote salvare in quisto modo. Ello decerne la grande colpa che è commessa per li dicti adulteratori et li mali pastori la quale elli extima essere tanto che re[n]cresce a Dio et dicerne li preditti essere sì staffati et sì grande nel mondo, che non possono essere soctomissi se non per grandissima signoria et per grande sforzo. Or quista signoria, quando dee avenire e’ llo mondo, sì se posseno bene sapere per astrologia sì como chiaro appare e’ llo libro de Albumasar del Coniuncione de’ pianeti superiori in alcuno [...] aducono nel mondo principii li quali sonno de tanta potencia ch’ànno potencia de mutare secte e fare grande facti et grandissime varietade et usanze e’ llo mondo. O3, riproducendo dappresso O1, cita ancora a Paradiso II, 61 Albumasar e Alchabiz allorchè descrive l’ottava sfera luminosa; diversamente da O1 a Paradiso XVI, 73 cita di nuovo Albumasar (nella variante Albinnasar) e precisamente il Libro delle congiunzioni e Alchindo (De pluviis) e a Paradiso XVIII, 68 per descrivere il pianeta Marte, Alcabiz (La differenza dei pianeti). Par II, 61 Et ella certo assai vedrai somerso, et cetera. In questa sexta parte del capitolo l’auctore intende a riprovare la detta oppinione sì come falsa et comincia così: la spera octava vi dimostra molti lumi cioè molte stelle le quali alcuni dissoro che sono MXXIIII, le quali stelle nella qualitade et nella quantitade ànno diversitade. Se raro et denso fosse cagione di lucidezza et di chiarezza, come è tua oppinione, una vertude et una operatione sarebbe in tutte rispectivamente, cioè che tutte le lucide sarebbono d’una natura, tutte le nebulose d’un’altra, tutte le tenebrose d’un’altra la quale consequenza è falsa, dunque la positione non è vera. Che elle abbiano diversi effecti intra sé le lucide, intra sé le nebulose, intra se le tenebrose, si dichiara per Albumasar et per Alchabiz et per Tholomeo. (p. 258 a/b) Par XVI, 73 Se tu riguardi Lune et Orbisagl[i]a, et cetera. Vuole l’auctore mostrare che tutte le cose corporali abbiano suo fine et sua durabilitade finita per tempo, il quale tempo si divide per etadi alle quali alcuno pianeto signoreggia, et a tanta divisione si viene del tempo che sì da pianeto signoreggiatore d’una hora, come appare per Albinnasar nello introductorio et nel Libro delle congiuntioni. Et è da sapere che le congiuntioni le quali sono di rado, cioè che per grande quantitade di tempo distanno ànno a produrre nel mondo novitadi di sette et d’abitationi le quali durano grande tempo, così quelle che distanno per minore quantitade di tempo ànno a producere novitadi le quali a proportione durano minore tempo et così si viene a tanta minima distantia di tempo che la novitade per quella congiuntione o vero aspecto producta durerae meno che una hora come appare nelle variationi delle impressioni de l’aere che seguono il corso della luna, che è il più mobile et occupa meno tempo che nullo altro pianeto, sì come appare per Alchindo De pluviis, capitolo sexto . (p. 324 a/b) Par XVIII, 68 per lo candor della temprata stella, et cetera. Jove è immediate sopra Marte et però che gl’è di complexione calda et humida che è differente a Marte, sì lo fece la natura differente in colore, ch’elli non è così affiammato come Marte, ma trae più al candore, come scrive Alcabiz nella Differenza de’ pianeti, nel suo introductorio. Jove è significato re di re et principi li quali ànno a reggere li popoli, et così pone l’auctore in questa spera di Jove quelle anime beate che in prima vita ebbono la sopradetta conditione li quali amaro tanto la Justitia quando fue bisogno ad esser nella seconda vita famigl[i]ari del justo creatore. (p. 333 b/334 a) L’Ottimo commento non si limita alla conoscenza dei testi di astronomia e a quelli di fisica come quello di Al- kindi. La cultura Due-Trecentesca era contesta di filosofia araba penetrata per tramite della filosofia scolastica di Alberto Magno e non solo. Un ulteriore elemento che occorre menzionare in questa sede, O3 ce lo offre nel proemio all’Inferno mancante nelle redazioni O1 /O2 globalmente considerate: Perché a perfecto conoscimento del tucto più lievemente se perviene per la divisione e notitia delle parti, imperciò, il presente libro, divideroe in due principali parti: nella prima parte dico che l’auctore descrive lo stato suo, quale era in questa vita e valle de miseria, quando comincioe questa opera, rimosso dalla via della luce e della veritade et declinante dalla vertù; nella seconda parte, pone come, per lo succedente rimedio della ragione, scaccioe da sé li errori et la ignorantia et li vitii che lui impedivano, et maximamente questi tre: superbia, luxuria et avaritia; però che, come le cose voluptuose et vitiose impediscono lo salire intellectuale de l’anima a le cose perfecte et celestiale, sì come scrive il Phylosopho nel Libro del pomo, così questi tre vitii occupavano questo auctore perché non montasse alle vertudi. Liber de pomo sive de morte Aristotilis . Il nostro commentatore attribuiva il poemetto ad Aristotele, come i suoi contemporanei. Ciò nonostante questa menzione costituisce un piccolo ma non secondario contributo alla storia della fortuna della filosofia araba in Occidente e dei suoi canali di diffusione. L'operetta pseudo -aristotelica fu composta, infatti, nel IX secolo in arabo. Fu rimaneggiata e tradotta prima in persiano e poi in ebraico da Abraham ha-Levi Ibn Chasdai di Barcellona intorno al 1235-40 . Quindi fu tradotta dall'ebraico in latino da re Manfredi che vi aggiunse un prologo. La versione latina di Manfredi fu procurata in edizione anche da M. Plezia, Aristotelis qui ferebantur “Liber de pomo”. Versio latina Manfredi . Il Mazzantini, basandosi su codici delle Biblioteche italiane individua due famiglie di codici afferenti a due redazioni dello stesso poemetto. Dopo aver esaminato la leggenda negativa di Maometto tràdita dai commentatori antichi secondo quanto si legge nell’Ottimo commento (in O3 ma anche in O2) e aver gettato uno sguardo sulle altre fonti araba che ricorrono entro la così detta ultima forma del nostro commento, vorrei soffermarmi brevemente su un'altra chiosa precipua che in realtà, nel canto proposto, precede la chiosa della quale ci siamo sopra occupati: quella relativa alle battaglie che ebbero luogo in Puglia, ovvero genericamente in Italia meridionale. Queste battaglie sono per O3, come per Jacopo Alighieri (1322-33) e Jacopo della Lana (1324-28), cinque di contro alle quattro di Guido da Pisa (1326-28). A causare la diffrazione esegetica sono i versi 6-12: tutti i commentatori antichi presi in considerazione, e precedenti a O3, menzionano la prima guerra con la differenza che alcuni la inseriscono nel numero delle guerre esemplificate che diventano cinque e la riferiscono alle battaglie di Enea contro Turno e il re Latino, mentre altri la sottraggono dal computo e la riferiscono alle guerre che gli indomiti popoli italici fecero contro Roma in Puglia ovvero in Meridione. Per Jacopo Alighieri la prima guerra fu quella tra la gente di Enea e quella di Turno e così pure Jacopo della Lana. Il Bambaglioli fa riferimento generico alle guerre dei Troiani e considera prima guerra la battaglia di Canne senza tuttavia proporre numerazione alcuna. Guido da Pisa risolve diversamente la questione sottraendo questa prima fase di guerra dal computo delle guerre esemplari e riferendola genericamente a tutte le battaglie che i Romani ebbero a fare con molti popoli bellicosi in Apulia tra cui gli Equi i Sanniti e i Lucani :: “fuerunt enim iste tres gentes mirabiliter bellicose, quas omnes Romani diversis preliis debellarunt; et tandem ipsarum civitates et specialiter Sannii, propter verecundiam quam Romani apud furcas caudinas ab ipsis Sannitibus receperunt, funditus deleverunt. Cecidit autem in dictis bellis multitudo maxima Romanorum sed multo plures de dictis Equis, Sannitibus et Lucanis. Et ista prelia tangit autor in textu ibi: S'e' s'aunasse ancor tutta la gente / che già, in su la fortunata terra/ di Pullia, fu del su' sangue dolente/ per li Romani. Vera tota illa gens superios nominata de suo sanguine per Romanos fuso atque dileto fuit dolens”. Dopo aver parlato di questi “generalia proelia” Guido prosegue distingue ed enumera “quatuor diversa prelia”: la battaglia di Canne (218 -202 a.C.) che per il nostro O3, come per O1, per Jacopo e per il Lana, è la seconda battaglia; quella contro Roberto il Guiscardo (seconda per Guido e terza per l'Ottimo, per Jacopo e per il Lana); quella di Ceperano dove fu sconfitto Manfredi (terza per Guido e quarta per l'Ottimo, per Jacopo e per il Lana) che O1 e O3 riconducono alla Battaglia di Benevento del 1266; infine quella di Tagliacozzo dove fu sconfitto Corradino di Svevia il 23 agosto 1268 (quarta ed ultima per Guido ma quinta per l'Ottimo, per Jacopo e per il Lana). Tra questi generalia proelia di cui dice Guido bisogna annoverare probabilmente una delle più energiche opposizioni ai Romani ovvero quella dei Sanniti articolatasi in tre fasi: la prima guerra sannitica (343 a C.) rimasta piuttosto oscura presso gli storici antichi, la seconda guerra sannitica (327-304 a.C.), celebre per l'episodio delle Forche Caudine (321 a.C.), e sfavorevole ai Romani i quali tuttavia riuscirono a piegare i Sanniti costringendoli a chiedere la pace; infine una terza guerra sannitica (298-290) dopo la quale gli stessi, alleati con gli Etruschi e i Galli, furono costretti a stipulare una alleanza con i Romani. . O3 reagisce al cospetto della diffrazione esegetica dei versi 6-9 e ripropone la spiegazione già fornita nella prima redazione del commento (1333-34) attribuendo questa prima fase alla “guerra troiana”. Ricorre quindi all'unica fonte, non dichiarata nelle altre redazioni (O1 e O2) né dalla tradizione di commento precedente, nella quale trova notizia di tale guerra: Gervasius Tilleberiensis (ca. 1160-1235) che fu “marescallus” di Ottone IV di Brunswick. Gervasio “nel libro che fece ad honore d’Ottone quarto imperadore de’ Romani il quale intitola Delli otii imperiali ” scrive che «Troia fue edificata al tempo che Aiot iudica in Israel, anni dal principio del mondo .mmdlxx. o alcuni meno, et cadde il terzo anno del iudicato d’Abdon che sono poco più de .c. anni; et infra questo tempo fue guasta al tempo di Laomedon padre del Re Priamo». La citazione da Gervasio è probabilmente citazione indiretta o da compendio poiché non corrisponde verbaliter alla versione che Gervasio fa del racconto di Troia nella edizione dei Monumenta, vol XXVIII, [10], 35 là dove a sua volta egli medesimo rimanda a un repertorio: il catalogo dei romani e dei franchi. Diverso è il computo degli anni, diverso il racconto. In luogo di Abdon troviamo a testo Lapdon ma tra le varianti registrate ricorre Abdon: «Sane in catalogo Romanorum et Francorum legimus et iudicum vel regnum Israel, quia, cum Lapdon de tribu Effraim regeret populum Israel annis octo, huius anno tercio capta est Troia ab Assiris». O3 continua concludendo che “non pare verisimile che guerra si facesse in Puglia” e che del resto neppure lo storico Paolo Orosio «fa alcuna memoria di guerra fatta per li Troiani in Pugl[i]a, né si puote dire che la guerra fatta per Enea nella contrada di Roma con Turno Re dei Rutili o con li Latini fosse in Pugl[i]a». Canto XXVIII Inferni Chi poria mai pur con parole sciolte , et cetera. In questo canto tracta della nona qualitade de’ frodolenti cioè delli sconmettitori et scismatici puniti nella nona bolgia, li auctori del quale peccato pone qui tagl[i]ati et maculati ne’ loro membri a dimostrare li somigl[i]anti tagl[i]amenti et maculamenti esser producti da loro operationi, per la cui grandissima qualitade et quantitade exemplificare introduce in questo cominciamento le passate guerre fatte in sù le terre di Pugl[i]a et di Campagna et di Troia, dicendo che se tutte le fedite et morti date nelle dette guerre s’acogl[i]essoro insieme, non si troverebbe in loro tanta pestilentia et orribilitade quanta ne l’anime dannate nella nona bolgia / (p. 117b) Nella prima parte connumera molte guerre antiche et novelle. Nella .ii. discrive li tormenti di scismatici quivi: Già veggia , et cetera, et li palesa per nome. Nella .iii. parte antidice un futuro tradimento che si dovea fare per Malatestino contra due della cittade di Fano quivi: E fa sapere , et cetera. Ultimamente nomina alquanti di quelli peccatori et la cagione di loro dannatione . Incomincia dunque: [1] Chi poria, et cetera, quasi dica neuno sarebbe sufficiente a racontare quello ch’io vidi et a provare ciò assegna due cagione difective: l’una è dalla parte del nostro parlare, l’altra è dalla parte della nostra memoria, overo intellecto, sì che lo intellecto manca nella inventione et il parlare nella dispositione et expressione et però dice che ànno poco senno cioè picciola tenuta . Et a provare che nullo sarebbe sufficiente a ciò spriemere induce sua comparatione dicendo:
Claudia Di Fonzo, Dalla terza redazione inedita dell’Ottimo commento il canto di Maometto: una nuova fonte, in «Studi Danteschi» LXVI (2001), pp. 35-62.
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