Ignazio Baldelli, Dante e Francesca, Firenze, Olschki, 1999, pp. 93 [ Saggi di "Lettere Italiane"; 53].
La rilettura del canto quinto di Baldelli si apre con una serie di osservazioni linguistico-compositive relative alle riprese semantiche del canto precedente, alla qualità delle rime e alla loro frequenza, alla tipologia ritmica degli endecasillabi, all'uso significante dell'enjambement: analisi che percorre tutta la lettura del canto, dimora sull'uso e sulla storia delle parole e si affianca, sostenendola, a quella tematico contenutistica sempre attenta a segnalare le figure d'ascendenza classica, fin dall'inizio Minosse, seconda figura dell'Ade classico dopo Caronte, i collegamenti intratestuali nel sistema dantesco, in particolare per il Convivio e le Epistole, le notazioni di carattere storico, come lo spaccato sui Romena (pp. 27-29), e storico-leggendario ed è il caso della vicenda di Gianciotto, anche attraverso il filtro della ricezione illustre, per esempio, del Boccaccio (pp. 31-35) non senza generosità di segnalazioni bibliografiche aggiornate in nota e alcuni contributi di approfondimento di rilievo come quello relativo al problema fondamentale dell'adulterio inteso soprattutto come violazione della casa e sulla liceità della parte offesa, padre o marito della donna, di ammazzare il violatore scoperto in casa secondo quanto codificato a partire dall'Editto di Rotari, e poi nelle Assise di Ruggero II (1140), nel trattato di Lorenzo Priori che fu il primo a scrivere di diritto criminale in lingua italiana, fino agli Statuti di Perugia in volgare (1342) che sono tra i pochi che si occupano anche di adulterio. (pp. 36-8).
Inoltre e in relazione alla definizione della lussuria particolare rilievo assume la proposta di Achille Tartaro che riferisce l'attributo lussurïosa di Cleopatràs (v. 63) non solo alla mancanza di moderazione sessuale ma anche al desiderio sfrenato del lusso (pp. 21-22). A tal proposito Tartaro cita il Catholicon del Balbi dove appunto con lussuria si intende il desiderio generico della vita lussuosa. (A. Tartaro, L'aggettivo di Cleopatra ("Inferno" V 63), in "La Culrura", 32 (1994), pp. 45-57; cfr. anche quello che scrive M. Santagata, Cognati e amanti. Francesca e Paolo nel V dell’"Inferno" in "Romanistisches Jahrbuch" 48 (1997), pp. 120-156 a p. 123).
Le osservazioni di carattere linguistico servono anche a introdurre la seconda parte del canto legata con la prima dagli enjambement delle terzine 73-78 fitta di labiali allitteranti. Il verbo "menare" nel senso di travolgere, pertinente alla "bufera" infernale, è parola iterata e motivo continuamente affiorante. La similitudine delle colombe, la più famosa delle cinquecento similitudini per conlationem che costituiscono la grande novità della poesia dantesca, è drammaticamente contesta di allitterazioni, anafore, enjambement e rime interne significanti che si distendono lungo tutto il canto mentre le parole "disio" e "dolce" sono la musica di sottofondo dell'intero canto. Per quel che riguarda noi che tignemo il mondo di sanguigno del v. 90 Baldelli torna a ridiscutere le qualità coloristiche del "perso" così come in Convivio IV, xx, 2 (pp. 46-48) Quindi osserva come nella terzina 94-96 ci sia un gorgo di rime e come la parola "pace" assuma in Inferno solo in questo canto valore positivo. Giudica persuasiva la lezione "ci tace" con valore locativo accolta da Petrocchi come difficilior (p. 49). Ricorda come "terra" di Siede la terra v. 97 significhi "terra murata" cioè città e rinvia a tal proposito alla canzone Montanina (Rime XCVI, 77). Attribuisce ai numeri una loro forza nell'osservare che in tutto l'Inferno "amore" ricorre diciannove volte, e solo quattordici volte nell'accezione di amore tra uomo e donna e di queste ricorrenze nove sono nel canto V. Quindi ricorda l'ormegggio guinizelliano del verso 100 (Al cor gentil rempaira sempre amore).E ancora, dopo una serie di osservazioni relative alle rime delle terzine 100-109, sottolinea come proprio in questo canto compaia la prima denominazione geografica reale: il nome del Po che anticipa quella che sarà la massiccia presenza di nomi di luoghi e personaggi che ricordano la Romagna "certamente la terra più amata da Dante, dopo Firenze" (p. 58). Accoglie la lezione "Caina" citando quanto scritto da Petrocchi e da Vittorio Russo circa la scriptio continua "cainattende" e di quest'ultimo accoglie il recupero semantico di "trestizia" nell'accezione di contrizione morale. Sempre ricorda gli ipotesti classici anche se si tratti dei più conosciuti: l'Eneide, le Metamorfosi oppure la Consolazione della filosofia (p. 63) contribuendo così a fornire una lettura completa del canto. Chiude Baldelli questa seconda parte del saggio in opposizione con quanto scriveva Contini circa Francesca "intellettuale di Provincia" notando come il riferimento al romanzo arturiano di Lancillotto e Ginevra al contrario "alluda alla realtà signorile in cui è posta la vicenda dell'amore di Francesca e di Paolo, quella realtà signorile romagnola sentita da Dante (...) con intensa simpatia" (p. 66). Seguono alcune osservazioni relative all'impallidire proprio degli amanti, per cui si rimanda a Ovidio e a Andrea Cappellano, e alla celebre circonlocuzione "disiato riso" che indica il famoso bacio. L'epilogo della lettura (pp. 72-87) torna a ragionare sulla teoria dell'amore di Dante a partire dal terzo trattato del Convivio esemplato sulle teoriche e le cinque distinzioni di Tommaso d'Aquino nella Summa contra Gentiles come già scriveva Mazzoni, così come Baldelli ricorda in nota (p. 74 n. 126), per tornare alla Commedia e notare come i peccatori di lussuria siano gli unici presenti in tutte e tre le Cantiche, e come sempre torni, nei riferimenti testuali, emblematica la figura di Didone e come il "bruciare" si compia "col pianto di Dante dopo le parole di Beatrice nel Paradiso terrestre" (p. 81). Infine, per quanto concerne la ineluttabilità della passione amorosa, torna a rileggere l'Epistola III, a Cino da Pistoia e l'Epistola IV a Moroello Malaspina e rispettivamente il sonetto e la canzone relative concludendo che "le due lettere, avvicinate ai tanti altri testi significativi sulla passione amorosa di Dante, sono drammatico documento del violento dubbio di Dante sulla sua capacità di usare il libero arbitrio davanti alla passione amorosa", conflitto da ultimo affidato alla intercessione di Bernardo nella preghiera alla Vergine (p. 87). Segue alle pagine 89-93 il canto. Per quel che riguarda le citazioni dai commenti antichi, e in particolare dall'"Ottimo commento", attribuito senza esitazione ad Andrea Lancia (sic!) e anzi denominato come "commento di Andrea Lancia", si fa sempre riferimento alla prima redazione del commento in questione tradita dalla stampa del Torri (1871 e ristampa 1993); infatti nelle due occorrenze citate (pp. 42 e 46) le altre redazioni, globalmente considerate, leggono poco diversamente (un anticipo dalla edizione critica della terza redazione in C. Di Fonzo, Dalla terza redazione inedita dell'"Ottimo commento": il canto della fortuna. Edizione critica e diegesi redazionale, in "Medioevo e Rinascimento", XIII (1999), pp. 173-206)
Claudia Di Fonzo
(Universität-Freiburg i. Br.)