(c. 17 rb) Pape satan, et cetera. Poi che l’auctore àe
tractato di sopra del peccato della gola, intende nel precedente .vii.
capitolo di tractare del vitio dell’avaritia. Con ciò sia cosa che
di ciaschuna operatione il meçço sia virtude dunque le stremitadi
cioè il troppo et poco è vitio, largheça in tra ’l
mal tenere che è avaritia et disordinato spendere che è prodigalitade
è virtù, puniendolo uno vitio fue convenevole ivi medesimo
punire l’autro. Et così qui punisce agli avari e gli prodighi. Et
in questo medesimo capitolo punisce il vitio dell’ira et infine del capitolo
tocca alquanto del vitio della accidia et della pena delli accidiosi. E
però che avaritia et prodigalità sono circa li beni temporali
li quali riputano che sieno tolti et dati dalla fortuna. In questo capitolo
toccha di fortuna. Et dividesi dunque questo capitolo in quatro parti principalmente.
Nella prima parte pone l’uficiale proposto a questo luogo et sua contenença
et idioma. Nella seconda descrive le pene delli avari et delli prodighi,
innesta una quistione di
fortuna. Nella terça descrive la pena delli yracundi. Nella
.iiii.a pone quelli delli accidiosi et qui finisce suo capitolo.
La seconda parte comincia quivi: Qui vidi gente, et cetera. La terça
quivi: Noy ricidemmo il cerchio. La quarta quivi: che sotto l’acqua
et inançi che più oltre si passi conviene che _ssi satisfaccia
colui ch’adimanda come et che in questo circulo punisce .iiii.° generationi
di peccatori. Ciò sono: avari, prodighi, iracundi, accidiosi. Et
puotesi dire che questi procedono dal peccato spirituale che nell’anima
si concepe però che avaritia non è altro che indebito amore
di pecunia; questo amore s’ingenera nell’animo; prodigalitade è
disordinato consumare la sua facultade Ira è appetito di vendecta.
Accidia è una sonnolença d’animo maximamente in amare Iddio.
Per queste distintioni appar che questi vitii si generano in quelle potençe
dell’anima irascibile et concupiscibile. Et qui d’avaritia si scriverae
cinque cose. In prima quatro cose che fanno vituperatione di questo vitio.
Poi delle spetia dell'avaritia // (c. 17 va) poi di quelle cose che per
alcun modo nutricano l’avaritia le quali sono di tre generationi, poi de’
rimedij di questo vitio, ultimo della prodigalitade. A vituperatione dell’avaritia
fa inprimamente che la natura ne disconforta questo vitio il quale è
quasi contro alla natura. Volle la natura che terra fusse inferma più
che tutte le creature, et ch’ella fusse calcata da’ piedi da tutti sança
dubbio amaestrandoti in questo, cioé che noi dovemo colli piedi
della mente calcare queste cose terrene et dispregiarle perché dunque
è questo che l’uomo antipone a Dio et a tutte le creature: quella
creatura la quale la natura vuole ch’ella sia messa dirietro a tutte.
In secondo luogo a vituperatione dell’avaritia fanno le maladictioni che la Santa Scriptura fa alli avari delle quali riporremo queste .xii. che se Ysaia capitolo .v°.: "Guai a voi che congiungete casa a casa" . Et capitolo .xxxiii.: "guai a _tte che rubbi perché sarai anche rubato tu". Abachuccho, capitolo secondo: "Guai a colui che rauna le cose non sue". Et capitolo secondo: "guai a colui che rauna l’avaritia rea nella sua casa". Et Amos, propheta, vi° capitolo: "Guai a voi che siete richi in Sion". Et elli medesimo dice:"Guai a voi che dormite nelli lecti dello avolio". Et Jacomo appostolo capitolo .v.: "Or piangete richi, urlate nelle miserie che vi avengnano". Et nella sua pistola dice: "Guai a coloro che se n’andarono per la via de’ cani, se n’andarono quelli che seguitaro l’avaritia". Et nell’Apocalisse, capitolo .viii.: "Guai, guai, guai a quelli che habitano in terra", li abitatori della terra a modo di talpe sono li avari. Augustino: "Guai a coloro che crescono le cose che debbon perire per perdere l’ecterne". Elli medesimo dice: "maladetto lo spenditore avaro al quale Idio è largo". Se _ttu lectore sapessi che alcuno sancto avesse maladecto alcuno cibo di mangiare, appena ardiresti di mangiare quello. Adunque come l’avaro ardisce di tocchare le riccheçe?
Con ciò sia cosa che la Scriptura Santa che uscie della bocca dell’altissimo maladica coloro che l’amano. Et di tante maladictioni in tre luoghi fa a vituperatione dell’avaritia. In ciò ch’ella è una servitù d’idoli, però che l’avaro fa suo Iddio le riccheççe. In .iiii°. luogho a vituperatione di questo vitio fa che intra le infermitadi spirituali ella è pessima o almeno una delle peggiori. Ecclesiastico, quinto capitolo: "è infermitade pessima la quale io vidi sotto il sole le riccheççe del Signore male conservate d’essere", et cetera. Le spetie della avaritia sono: usura, rapina, malecolte frodolente mercantia, ricevimento di presenti, avaritia d’avocati, avaritia di ministrei della chiesa, simonia. Il peccato di quelli che hedificano Sion in sangue, cioè che quello delli poveri acogliono per dare alli parenti, et cetera. E ’l peccato di coloro che per violença entrano nelle chiese; l’avaritia de’ prelati mercennari, il giuoco de’ dadi. Sette cose sono che danno materia alla avaritia: la prima è la familità de’ cupidi avari. La seconda è la consideratione dell’avaritia, la terça è che l’uomo atende nelle riccheççe quelle cose sole le quali possono parer care. La quarta è l’amore della vanagloria, la quinta è l’amore de’ figliuoli. La .via. è che l’uomo spera d’avere lunga vita. La .vii. sono li rimedi contra l’avaritia. La prima è la consideratione della morte, la seconda è la consideratione della povertà di Christo. La terça lo pericolo dove noi siamo. La quarta la consideratione di quella miseria che ànno data alle richeçe et la quinta che l’uomo si dilunghi dalli cupidi et avari, et famigliari dell’avaritia. La .vi. la consideratione delle riccheççe eterne. Della prodigalitade diremo che _lla prodigalitade si puote distinguere dalla largheça in quatro modi: il primo che ’l prodigo dà il suo per vanagloria, il largo per virtù di liberalitade. Il secondo è che ’l prodigo non dà le sue cose ançi le perde, il largo dà non getta, et cetera. Et diremo de’ mali che seguitano la prodigalitade li quali sono: povertade, di qui à mendicança, cadere nelle mani delli usu /(c. 17 vb) rarij che tutto il mangiano, peccato di rapina: toglie l’aultrui ch'è usato d’avere quando la robba li falla, dispensamento di beni spirituali et altri inumerabili mali. Questo vitio di prodigalitade consiste in debita conmissione vel consumare della sua substantia et facultade. La prima parte apparirà nel testo. Alla seconda è da notare come scriverà la chiosa che l’auctore quanto puote fa corrispondere le pene al vitio. Et però alli avari et alli prodighi il gittare proportiona alli avari li crini lunghi, alli prodighi le corte facultadi. La quistione della fortuna si solverà in sul testo.