"Sotto il segno di Dante". Scritti in onore di Francesco Mazzoni a cura di L. Coglievina, D. De Robertis. Indici a cura di G. Marrani, Firenze, Le Lettere, 1998. (recensione di Claudia Di Fonzo)

 

Una accurata bibliografia degli scritti di Francesco Mazzoni (a cui si devono tuttavia aggiungere almeno tre lemmi enciclopedici) apre il volume miscellaneo a Lui dedicato "all'insegna di Dante", cadeau dei colleghi per Colui con il quale il dantismo ha preso "il significato anche istituzionale di "filologia dantesca"" (p. VII).

Principia la serie di contribuzioni Francesco Adorno, Una riflessione sul rapporto anima-corpo-luce-tenebra-luce in Dante (pp. 3-9): rilettura, in chiave platonica, dei primi versi della Commedia e dell'allegoria fondamentale in essi contenuta nonché riflessione sulla natura del rapporto corpo-anima nel V canto dell'Inferno. La "selva selvaggia", spiega Adorno, è la ule greca cioè a dire il bosco, la legna con cui si fanno le cose e quindi la materia intesa come "limite definente" tanto per Aristotele quanto per Platone. L'uomo, decaduto da Dio e divenuto limite, lontano dalla luce, diviene nemico di Dio, perverso, e disordinato. Questa è la condizione nella quale si trova Dante in Inf. I, 1-12, abbandonato alle passioni e soggetto all'amore di sé: non l'amore platonico, figlio di ricchezza (presenza) e povertà (mancanza) ma quello identificabile con l'amore secondo la carne (ebraico-cristiano) dove carne significa "limite" e non corpo poiché il corpo, nella concezione cristiana, è sinolo con l'anima. Già nel Timeo di Platone (nella traduzione di Calcidio che Dante conobbe) "l'anima mortale è accasata altrove". La domanda che muove Adorno in funzione retorica, a partire dalla rilettura di un passo di Fedro (Fedro 245c-246c) e in relazione alle anime portate dal vento di Inferno V, è bene riportarla verbaliter: "sono (essenza) davvero i corpi, o solo esistono, e davvero è a sé l'anima che traluce dai corpi? Oppure (...) non è tanto che l'anima (forza vitale) cade nei corpi, quanto è l'anima che nel suo affermarsi si definisce e si moltiplica, finché fa sua casa, sua dimora il corpo, per cui il corpo non è che il limite dell'anima (...)?" (p. 6) A conferma di questa seconda interpretazione, nota come la traduzione vulgata di Platone sia erronea: non è l'anima che cade nei corpi, ma è l'anima che si definisce e si limita e fa sua casa nel corpo. Dunque non è l'anima contenuta nel corpo, ma è il corpo contenuto nell'anima. A sostegno di questa lettura egli adduce alcuni passi del Convivio nei quali l'anima è intesa come forza vitale e forma "sostanziale" dunque qualcosa senza cui non si è e che "nel dificio del corpo abita". Tale anima in Platone è alata e quando perde le ali si definisce in un corpo. Adorno conclude riconducendo questa immagine platonica alla rappresentazione delle anime di Paolo e Francesca portate dal desiderio come colombe a cui tuttavia son cadute le ali e, considerate le premesse, definisce questo processo un divenire in "anime corpose".

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