Claudia Di Fonzo,
Die Treppe hinauf
in : "Parole con"
rivista elettronica a cura di Roberto Pili
(versione originale 1998)
e
modificato per cura della redazione in:
SOLOTESTO
rivista elettronica a cura di M. Boccuzzi
(1999)
e
ristampato in "La Fenice"

  - Io non capisco, disse. Come crede di poter fare senza farmaci! Non vede che lei è depressa, ha delle turbe ossessive ed è anche paranoica? Se continua così butta all’aria tutto quello che ha costruito. Io la capisco benissimo, lei ha ragione. In questa città può farcela solo chi ha un padre importante oppure chi è nella massoneria, lei ha ragione, ma a cosa vale la sua rivolta morale se non a distruggere lei stessa. Lei è troppo rigida.

- Questo lo dice anche la mia mamma.
- Vede, in cinque minuti ho già capito tutto. Allora, facciamo così: io le prescrivo alcuni farmaci in dosi leggerissime, mi raccomando li prenda. Mi ritelefoni tra dieci giorni. E lasci stare quello che non può cambiare.

Erano trascorsi solo 15 minuti e Bettina cominciava a sentirsi nauseata. Forse il paternalismo di quello sguardo o forse la voracità di quella bocca ripiena di fumo innaturalmente trattenuto tra le fauci semichiuse e gli occhi piccoli. Forse che lei di massoneria non aveva affatto parlato. Forse il camice vezzosamente aperto. Solo voleva andar via. Fece per pagare e lui aggiunse: - Le vengo incontro, facciamo cento. Quindi come se niente fosse l’accompagnò alla porta. Neppure l’idea di una ricevuta! Nessun veleno fu mai medicina migliore, quella ricevuta soltanto ignorata, neppure negata. In quel gesto si condensava come brina ogni lacrimevole considerazione di Bettina, e nell’uscire se la lasciava alle spalle con l’unica sensazione di avere i sandali "scheusclich aber bequem" bagnati.

Accadde come ai salmoni. Ma non fu la fine, solo fu come ridestarsi sul primo gradino di una lunghissima gradinata in salita, accanto l’A Bao A Qu che pure l’avrebbe accompagnata lungo il tempo di un solo risveglio.

Fu come destarsi al presente, fu come di nuovo partire alla volta di Freiburg. In poche ore monti di parole e colline di sorrisi trascorsero alla velocità dell’Euro city Firenze-Freiburg über Basel contro l’attrito dell’aria; non c’era dolcezza alcuna negli squarci celesti, solo profondissimo e inutile terrore del tempo e della distanza; paralipomeni letterari, pause a una viva morte, si depositavano intensissimi gli attimi di Felicità. Nessuna preghiera avrebbe potuto sostare più di un minuto sulla stessa richiesta, nessun ideale avrebbe potuto giustificare se stesso più di quell’incontro.

Bettina dal suo zaino aveva estratto alcuni libri scegliendo tra questi Gaspara Stampa mentre Camilla allegra leggeva Suskind. Lesse alcuni versi: Amando s’impara a soffrire ed esser forti. Quindi come sottoposta a un delirio struggente aveva principato a scriverne una razo di mistiche esalazioni dell’intelletto. Quindi nauseata da se stessa e dal suo barocco emozionare scagliò la penna lontano. Trovarsi a camminare tra le parole e le pause, tra ciò che non si è mai detto e che finalmente qualcuno ha il coraggio di dire per noi, è sempre penoso, sempre dal sottosuolo riaffiorano immagini purulente, melenze o, se non si tratta di aberranza, semplicemente banalità.

Raccontare la vita avrebbe voluto, invece, come aveva saputo fare Karen Blixen, raccontare la vita con quella narrabilità scandita dalla ripetizione, e il ritmo del susseguirsi del giorno e della notte, senza solecismi e sintassi frante ma frasi semplici per dire il dolore e aggettivi cordiali nell’esprimere l’amore. Le apparteneva invece proprio la fatica nell’articolazione del pensiero lungo il sentiero della prosa e del verso mescolati come la zizzania e il buon grano, ove non è io che non sia noi e non c’è singolare a cui non segua folleggiante un’accumulazione di attributi e sostantivi senza verbi confusi nella coscienza che cerca e si cerca nell’eco dei ricordi e nelle suggestioni degli scenari delle parole innammorate e false. Ci lasceremo, pensava, dilegueranno le nostre ombre disfatto il corpo e mi chiedo per quale grido ci riconosceremo e in quale lingua parleremo, maledetto Montale, e mi chiedo se saprò allora dirti in faccia il mio amore, quello che mi apparteneva da ombra vano e fugace, mortale e passeggero e mi chiedo se potrò alla fine essere "una poesia ... di puro nulla, ...ch’anzi fu scritta mentre dormivo/ sopra un cavallo".

Se avesse almeno potuto dormire di quel sonno tranquillo ch’ebbe Camilla per l’intero soggiorno friburgense anche all’indomani del grosso incidente in bicicletta avvenuto sulla lunga pista ciclabile che fiancheggia la Dreisam, il fiume che corre veloce: la polizia aveva temporeggiato ed era rimasta in aporia una settimana prima di escludere una qualche colpa dello straniero, e Camilla e Bettina erano finite sulla cronaca della "Badische Zeitung".

Era accaduto tutto per caso e non vale l’inchiostro a ricordare il sangue, lo sgomento e felice l’epilogo di quell’accaduto che avrebbe potuto essere un caso mortale senza aver in nulla agito. Al termine dell’attesa era finito il soggiorno.

Così nello kneipe straripante di gioventù assortita, a due soli chilometri dalla stazione, ogni nuova acquisizione, assumeva l'abito d'uno sforzo estremo, dell'occasione che altrimenti sarebbe fuggita via. Ich danke dir dafür, detto correttamente, giustificava l'assoluta libertà dell'apprendimento e orgoglioso l'eloquio s'impastava nell'intimo della scatola cranica, ne diventava parte in contenuto e contenente: e da questo alchemico innesto di sostanze sarebbe poi principiata l'attesa del capello biondo sul capo, per antichissima contraffazione muliebre o per metaplasmo genetico di caratteri acquisiti o per partenogenesi volontaria nella World Wide Web. Ancora una birra amarissima e buona, come mai lo sarebbe stata in Italia, un tacere e dire convenzionale per sfumare i contorni dell'inevitabile arresto al fluire della vita, per dire addio come se non lo si dicesse, bis bald: a presto, come se tutti avessimo impresso il ricordo del primigenio Eden entro cui essere di nuovo e sempre insieme.

"Verweilwe doch, du bist so schön", era quel che rimaneva, oltre la proprietà privata della memoria, vana e fuggevole approssimazione alla vita, la poesia. Nella poesia dimorava allora il tarlo che mi rode: che sia stata codardia, prudenza umana, o conformità al tristo moralismo; che esista un segno capace più e meglio di una complessione di labbra e di respiro ad esprimere l’amore è la pena che amareggia la mia deperdita. Che sia stata infedeltà al reale o aristocratico estetismo questo mio dannato e onnipresente magis-sperare è l’angoscia che mi costringe ogni sera, ora, a disperare di una tua parola.

Per questo ogni volta che calerà la sera, unico coro di questa tragi-commedia, si parlerà d’amore, e non si farà all’amore, e i nostri volti saranno resi duri dalla misericordia, nidificherà il nibbio presso le case delle puttane seppure il mondo continuerà ad essere dei puttanieri, caro Scarfoglio, poiché chi si inchina al potere lo ottiene. Nel fumo delle nostre città comporremo un inno alla vita al Dio che ci ha intessuto nelle sue viscere, al Dio che è chioccia, al Dio che è madre, celebreremo un banchetto per la sua sposa e sarà Festa. Contro la violenza, nulla, contro la rapina nulla, contro il ladrocinio nulla, contro i puttanieri, nulla, e tutto il male sarà Nulla. Ed io, nulla, "neither a woman, nor a man".

Oltre, oltre nel cuore della realtà, nell’intimo della povertà dove risiede la paura, al fondo dei pensieri dove si genera la pazzia, dove vagano le immagini dei mondi possibili e i deliri di ciascuno di noi. Ci nutriremo e berremmo il nostro sangue androgino mescolato come lo era la dinastia di Gesù. Un beveraggio alla cocaina per essere più razionali di quanto lo è la ragione e più svegli di quanto lo si è nello stato di veglia. Spippolare e svolgere la libresca pedanteria delle definizioni, squassare le simmetrie rabbiose di chi viene tradito dal suo migliore amico, affogare nella rifrazione della luce del nemico per risorgere al perdono, miracoli di decostruzionismo. Un lamento di vielle crescente, altissima flumina cum minimo sonu, una nostalgia terribile, una irresistibile astinenza affonda e ritiene i colpi come Tartini sul violino il suo archetto.

"Sù vai per non esser più cieco", cuore amore, tu la mia rima più difficile. Andare o soltanto abbandonare: "Ich gebe auf!". Finalmente, pensava, Ich gebe auf, und es tut mir kein Weh, endlich ich nur Narr, nur Dichter. Finalmente, pensava, uomo in parete, abbandono dietro di me la roccia sulla quale ferisco la mia pelle, grata alla montagna per gli appigli e le sporgenze su cui riposare; Ich gebe auf, nella fenditura della roccia, come in un mare, mi lascio adagiare sul vascelletto, in daz schiffelîn cullato dalle sireneoscillando dâ wâ unde wâ, con angoscia e affanno abbandonati alla poesia. Nessuna dolcezza e nessun naufragio, soltanto il sapor di forte agrume dell’essere uomini abbandonati al destino mortale, liberi dalla maledizione faustiana d’essere dei.

Tuttavia, il dolore non cessa, goccia a goccia come in un sirtachi, scandisce pause profonde e abbandoni; nel trascolorare dei tramonti, al morire del sole tanto in uno schermo quanto nella nostalgia della natura, nell’insopprimibile bisogno di viverci e nel sogno d’esserne finalmente esausti e di più, in un crudelissimo gioco che non sazia i forti e affama gli stanchi, nella fuga dei suoni come nella complessione delle nostre vite ci inseguiamo, febbricitanti, noi, malati di niente o sani per inveterata perversione non possiamo spiegarci altro che quello che non siamo, altro che quello che non abbiamo, mentre il limite di ogni universo possibile diviene sempre più infinito e virtuale, sempre più inattingibilmente passato o futuro, surreale manna della maledizione e insopprimibile risuona la fistula musae ad accompagnare questa storia senza storia, che tornato un nuovo autunno s'interrompe per tutto un inverno di placido letargo.
Chi dice donna dice penna
Le riviste di critica letteraria


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