L’accessus al testo di Rajna si struttura intorno ad alcune
Grundfragen: cosa significhi il titolo La Materia e la Forma della
Divina Commedia, quale sia in realtà l’oggetto di studio che tale
intitulatio vuole rivelare e quali i presupposti metodologici da invocare;
quali ragioni intervennero a far retrocedere Rajna dal primitivo progetto
di condensare in un libro questa sua prima esperienza francamente comparatista
(a tal fine pubblicheremo, in appendice all’introduzione, un florilegio di
lettere scelte dal carteggio Rajna-D’Ancona, per gran parte ancora inedito);
se la conferenza tenuta a Firenze da Rajna medesimo nel 1891, pubblicata con
il titolo La genesi della Divina Commedia in "La Vita Italiana
nel Trecento" l’anno successivo, possa dirsi il frutto maturo delle giovanili
paginette o non piuttosto la contrattura di quell’esperienza all’indomani
dei Precursori di Dante, conferenza tenuta al Circolo filologico di
Firenze dal maestro D’Ancona il 18 maggio 1874; tenteremo di stabilire se
il lavoro di Rajna ebbe il suo epilogo naturale col terminare delle lezioni;
e dopo tanto veder, se non fu, questa ricerca, accanto alla gemella relativa
al Furioso, momento di un progetto più ampio e coerente volto
ad indagare le origini dell’epopea in Italia e sostrato per le conclusioni
formulate più tardi, a proposito della Genesi della Divina Commedia
:
Non banale vaniloquio, la quaestio relativa all’epigrafe La Materia
e la Forma della Divina Commedia apposta a carta 13 r. delle paginette
di Rajna contribuisce, in realtà, a meglio definire i termini del
problema metodologico così come a restaurare alcuni vuoti documentari
relativi alla biografia scientifica di Rajna, e di conseguenza, alle origini
della disciplina da lui professata in Italia. Occorre soffermarsi, si diceva
poch’anzi, sulla intitulatio per non doversi poi interrogare sulla
coerenza della ricerca e sul suo effettivo oggetto; l’uso analogico del complemento
di argomento latino presuppone un simile sviluppo concettuale del colon
: La Materia e la Forma relativa alla Divina Commedia, nella storia,
alias evoluzione dei motivi e delle forme poetiche presenti nella
Commedia, come del resto Rajna torna a specificare in una paginetta
autografa successiva al 1885-86, rinvenuta fortunosamente tra le carte del
Fondo Vandelli, nella quale ricostruisce l’elenco dei suoi corsi universitari
a partire dal primo: "1874. Le leggende dei viaggi oltremondani (
in servigio della Divina Commedia"), titolo assegnato a quel ciclo di
lezioni ben più tardi a svelamento di una intentio sulla quale
avremo modo di parlare in seguito: indagare le origini dell’epopea leggendaria
italiana che attinge tanto alla materia visionistica classica e medievale
(dunque latina) quanto alla letteratura cavalleresca (in lingua d’oil). Quanto
utilmente s’abbia a considerare la questione del titolo appare sotto duplice
aspetto: in sé, quale declaratio terminorum da parte dell’autore
medesimo; e in rapporto alla storia critica del problema e agli studiosi
d’essa, in quanto recupero documentario per quel che riguarda la tormentata
storia istituzionale dell’allora nuova disciplina. Il Lucchini, nel carteggio
Rajna-Novati, affronta a latere l’argomento "primo corso di "Letterature
romanze" dell’anno accademico 1873-74"; fedele al vero sostiene che il corso
fu affidato a Rajna per incarico "grazie a una delle decisioni più
lungimiranti dell’Ascoli" e si rammarica nell’affermare che:
Quel primo corso di "letteratura romanza" il cui tema fu suggerito dall’Ascoli stesso e che avrebbe dovuto giungere fino ai testi occitanici e oitanici ma che in quell’anno non li comprese per motivi di tempo è il medesimo di cui si parla nel carteggio D’Ancona- Rajna da noi pubblicato in questa sede, inventariato nel catalogo della Borroni, e tutt’oggi conservato in Marucelliana con la segnatura Carte Rajna XI C. 7, la cui epigrafe apposta da Rajna medesimo è appunto La Materia e la Forma della Divina Commedia.
La tripartizione delle paginette, indicata dal Mazzoni, è suscettibile d’ulteriore suddivisione. Al piccolo momento linguistico iniziale e alle premesse di metodo che costituiscono insieme il protrepticos logos delle lezioni segue il corpus vero e proprio della ricerca che concerne la Materia che si vuole illustrare: I mondi oltraterreni nelle letterature classiche e medioevali (20 r.), articolato, a sua volta, in tre sottosezioni ordinate diacronicamente: Le Visioni dei mondi oltraterreni presso gli antichi (30 v.), Le Visioni dei mondi oltraterreni nell'ebraismo e nel cristianesimo nascente (99 v.) e, per concludere, Le Visioni cristiane (140 r.).
Nella parte introduttiva Rajna sottolinea come la "visione" fosse Forma
connaturata ai tempi, e affronta il problema della conoscenza delle lingue
straniere da parte dell’Alighieri; mostra come Dante non sapesse di greco
e di ebraico e come invece ben conoscesse le lingue d’oc e d’oil che insieme
al volgare italiano gli si presentavano come un tutto, così che nella
"Vita Nuova le aveva raccolte sotto il nome comune di Volgare" e come le
tre lingue e le tre letterature fossero per Dante insieme sorelle e rivali.
Di questa contesa, osserva ancora Rajna, Dante parla in un brano del De
Vulgari (I, 10) dal quale, comunque, si trae un’idea sufficientemente
chiara del posto assegnato a ciascuna delle tre letterature: la francese e
la provenzale sono complementari, all’una spetta la parte narrativa all’altra
quella lirica, l’italiana segue per argomenti e materia la provenzale, superandola.
Rajna conclude questa parte con parole inequivocabili:
Il lavoro di Rajna si svolse per la parte classica tra la biblioteca Ambrosiana
e quella di Brera. Furono d'altra parte anni, quelli milanesi, in cui Rajna
fu "costretto" ad occuparsi istituzionalmente di letteratura greca e latina:
prima quale professore di lingue classiche al Liceo Parini e nello stesso
anno 1873, già professore straordinario di Letterature romanze
, "accettando ... l'incarico di insegnare gli elementi del greco ai due
scolari" che costituivano la quarta classe ginnasiale al Calchi - Taeggi,
e ciò per aggiunger qualcosa alle 3000 lire di stipendio, da poter
spendere in libri. Rajna aveva la netta coscienza, già all'indomani
dell'accettazione dell'incarico al Parini, che le letterature romanze erano
le sole che avrebbero potuto aprirgli la strada a una condizione migliore,
e si rammaricava intanto di dover "consumare del gran tempo, non dico a legger
classici, giacché le ore consacrate a quella lettura saranno sempre
tra le meglio spese, ma a correggere composizioni latine e compiti di greco".
Eppure alla vigilia del nuovo incarico all'Accademia, alla vigilia del compimento
di un desiderio che lui pensava proiettato in un lontano futuro, dirà:
Son pochi i classici greci che si conservano oggi nella Civica Biblioteca "Pio Rajna" di Sondrio: la biblioteca classica di Rajna di quegli anni, fu, per così dire, in itinere, ma comunque ben documentata nel corso delle "paginette". Due parole bisognerebbe forse spenderle in merito alle opere del Preller, citate più volte oltre che fisicamente esistenti a Sondrio. Perché? Basti dire che, nel panorama ampio dei mitologi del tempo, egli fu tra coloro che non consideravano il mito sapienza originaria di sacerdoti trasposta in linguaggio figurato e dunque invenzione di pochi, ma, diversamente, espressione di affetti e sentimenti di un’epoca e di una legion d’hommes. La teoresi di questi mitologi si snoda intorno alla dimostrazione delll'origine popolare e del popolare sviluppo della religione ellenica, con una operazione parallela a quella condotta da Gaston Paris per l'epica della Romania .
Per la parte strettamente dedicata alla letteratura dei Viaggi e delle Visioni, la ricerca di Rajna ebbe come opere di riferimento generali quelle del Labitte, dell'Ozanam e dell’Ampère che appunto illustrarono anch’esse l’argomento delle sources di Dante a partire dall'antichità. Altra opera di riferimento fu quella del Villari che ebbe maggiore interesse per la parte medio-latina e volgare e ne definì i contorni in funzione dell’edizione dei testi. Il Wright pur occupandosi in particolar modo della leggenda del Purgatorio di S. Patrizio, articola il suo studio, e sull’illustrazione della leggenda e sulla ragionata rielaborazione del panorama d’insieme.
Il Delepierre, il Mussafia, lo Schade, lo Jubinal furono tutti editori di testi, delle cui opere Rajna si servì. Certo è che la conoscenza e l’interesse per la letteratura catabatica e visionistica di Rajna è veramente singolare, anche per l'uso diretto dei testi, di matrice francamente positivista.
Al Labitte risale l’idea che la tripartizione che il cristianesimo ha fatto
dell’altro mondo sia oramai platonica:
L’Ozanam, a ben considerare, si distingue invece per lo sforzo di sistematizzazione. Le principali composizioni poetiche del medioevo si dividono per lui in cicli, intendendo per ciclo "uno spazio indeterminato in cui si collocano molti avvenimenti storici o favolosi, insieme congiunti per l’identità dei personaggi o l’analogia dei fatti, narrati da una serie di scrittori di prosa e di versi". Egli distingue tre cicli: satirico-popolare il primo, eroico-cavalleresco il secondo e leggendario-religioso il terzo. Per illustrare quest’ultimo alla ricerca de l’éminemment poétique, sceglie alcuni testi raggruppandoli in tre fasce temporali: dal I al V secolo entro cui parla di S. Perpetua osservando che la leggenda spesso è opera d’arte; dal VI al X, includendo la produzione "carovingia" e notando come ai tempi barbari disparve la poesia ; dall’XI al XIV soffermandosi su cinque testi esemplari appartenenti alla Scandinavia, all’Irlanda, alla Francia, all’Italia e le cui traduzioni si sono sparse in Allemagna e nella penisola iberica: il Purgatorio di S. Patrizio, la Visione d’Alberico, il Canto del Sole, il Viaggio di S. Brandano vera e propria odissea monastica per arrivare a concludere che: "la favola poetica della Divina Commedia risale per una tradizione non interrotta alle libere invenzioni del ciclo leggendario, ai racconti degli scrittori ascetici, alle testimonianze della storia primitiva, al dogma infine considerato come tipo dell’arte". Ebbene proprio le pretese dell’Ozanam paiono erronee al Rajna quando scrive: "mi è parso necessario accennare alla vastità del soggetto [la materia della D.C.] per confutare l’abbaglio di certuni che si credono di poterlo restringere entro confini angustissimi, e in buona fede pensano di aver dichiarato le fonti del grande poema perché hanno dimostrato a che ciclo leggendario esso venga a rannodarsi". Più oltre Rajna dirà che il Labitte e l’Ozanam leggieri come sempre copiano le considerazioni dell’Ampère.
Studioso, l’Ampère, che romantischerweise, sottolinea il
ruolo infinitamente grande della tradizione orale nella storia dell’umanità,
tradizione orale "que, pour abréger, j’appelle d’un seul mot saga
" distinguendo ulteriormente tra "les sagas sacrées, qui contiennent
et conservent l’histoire traditionelle des fondateurs des diverses religions
et de leurs principaux propagateurs" e la "saga épique, celle que suscitent
les conquérants, comme Alexandre et Charlemagne". E quindi, conclude
con l’osservazione di una metamorfosi:
Per quel che riguarda il Villari, c’è da dire che egli fu principalmente
storico e nel caso precipuo editore parziale dei testi delle visioni monastiche
più diffuse. Egli si preoccupa di premettere che l’aver ricevuto materia
dalla Francia non compromette l’originalità e la nazionalità
della letteratura italiana e quindi si concentra sulla letteratura di visione.
"Le visioni dell’altro mondo cominciano cogli apostoli e coll’Apocalisse".
Tutte queste leggende orientali, insieme con molte altre, passano colle Crociate
dall’Oriente in Occidente, mutando un po’ le caratteristiche. Risolto il
problema dell’origine Villari passa alla descrizione delle leggende d’Irlanda
(S. Brandano, S. Patrizio, Tantolo ovvero la versione
italiana del Tundalo) e poi della Visio Pauli e della visione del
monaco di Montecassino come di una "leggenda di origine italiana":
Nessuna delle sintesi e delle ricerche di cui si è parlato fin ora è così programmatica, attenta allo sviluppo dei motivi; nessuna segue così dappresso i testi, nessuna si spinge a considerazioni personali quanto quella del Rajna.
Il libello di Thomas Wright è di grande interesse e si divide in 8 chapters nei quali si parla della visio Pauli (ms. Trin. Coll. Cant. O. 8. 26), della versione poetica anglo-normanna di codesta visio scritta da Adam De Ros, preservata in un cospicuo numero di manoscritti; si accenna a Furseo e a Drihthelmo, si passa quindi a illustrare la leggenda del Purgatorio di S. Patrizio nel dodicesimo secolo secondo "Henry of Saltrey", lo scrittore che la dichiarò frutto della della sua immaginazione, coadiuvata un poco dal quarto libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, e secondo Matteo Paris e Maria Di Francia che ne costituisce il principale canale di diffusione. Il Wright nell’illustrare la leggenda del Purgatorio utilizza moltissimi altri materiali diversi tra loro quali la storia di Ketel, la visione del monaco di Evesham, di Thurcill (Turchillo), di Guy (spiritus Guidonis), la Corte di Paradiso, il paese di Cuccagna, il romanzo di Orfeo e Euridice, "The metrical romance of "Orfeo and Herodys"is a curious specimen of Grecian stories ingrafted on popular mythology", e non ultimo il Viaggio di S. Brandano.
Il cuore della ricerca è forse il capitolo quinto sia perché
giunge a Dante sia perché in sole 24 pagine (pp. 104-128) Thomas Wright
ha disegnato le linee di sviluppo di una ricerca che suggestionarono sicuramente
Rajna, pur non giungendo egli a svilupparle tutte altro che indicandole come
ulteriori intenzioni nelle ultime carte di cui sopra si discorreva. Il D’Ancona
vi attiense moltissimo per la conferenza su I precursori di Dante
sviluppandone proprio il cuore. Il Wright tenta una applicazione allegorica,
satirica e politica delle visioni, analizza il pellegrinaggio di William
de Deguilleville, la Visione di Baronto, Raoul de Houdaing, Le songe d’enfer
, Le voi de paradis, Rutebeuf, Le salut d’enfer, Hugh
de Berti, quindi getta uno sguardo essenziale sulle visioni greche: la cava
di Trophonius, Le rane di Aristofane per poi passare a discorrere della
Commedia, della Visione di Alberico, di Brunetto Latini proponendo in
conclusione una comparazione del poema sacro con le altre visioni. Sulla
posizione del Cancellieri (1814) che suppose Dante essere stato direttamente
influenzato dalla Visio Alberici, Wright aggiunge alcune osservazioni
in merito alla leggenda del Purgatorio:
Il motivo del "ponte" cinvad d’ascendenza persiana, sul quale già
prima di Rajna si soffermarono altri studiosi, ci fornisce l’occasione di
segnalare alcune piccole incursioni della ricerca di Rajna sanscritista nelle
fonti orientali indiane antiche con l’intento di stabilire la possibile provenienza
persiana di alcuni motivi. A proposito dei cieli del paradiso dantesco in
una nota (c. 134 r.), Rajna scrive:
Dopo aver disegnato la storia della questione a grandi linee, aver riproposto le posizioni dei "moderni", e valutato alcuni dei simboli, in specie quello della "donna vecchia", Rajna evidenzia come "il libro d’Erma sta là a dimostrarci a qual grado di svolgimento fosse già pervenuta l’allegoria nella seconda metà del secondo secolo" (c. 145 v.). Poiché d’allegoria bisogna parlare a proposito di queste visioni. Rajna conclude questa parte, che secondo le sue stesse indicazioni dovrebbe esser premessa alla trattazione relativa alla visione di S. Perpetua, scrivendo che cotesto è importante notare: "giacché visione e allegoria sono due cose che continuamente ci appaiono unite nel Medio Evo: cominciando dalle semplici fantasie attribuite a S. Perpetua, e venendo fino alla Divina Commedia".