Pio Rajna, La Materia e la Forma della «Divina Commedia»
. I mondi oltraterreni nelle letterature classiche e nelle medievali.
Introduzione, edizione, commento a cura di
Claudia Di Fonzo
. Premessa di Francesco Mazzoni
, Firenze, Le Lettere, 1998 («Quaderni degli studi danteschi»
12).
2 "LA MATERIA E LA FORMA"
Introduzione di claudia di fonzo©
Il secolo XIX, che tanto fece e ancor fa per il progresso
delle scienze sperimentali, seppe dare altresì un novello e vigoroso
impulso agli studi letterari. (...) A lui solo si appartiene infatti la gloria
di aver posto le fondamenta di una vera e propria scienza delle letterature,
la quale (...) ricerchi e studi i documenti del passato, allarghi lo sguardo
ad ogni luogo e ad ogni tempo (...). Essa si compiace soprattutto di indagare
le origini, non tanto delle varie forme letterarie, quanto delle singole
invenzioni; e seguitandone pazientemente il corso attraverso a popoli e paesi
svariati, ne osserva con occhio sagace le differenze, per iscoprire dipoi
le cagioni e le leggi della graduale loro trasformazione. Non è pertanto
meraviglia che la nuova disciplina sia condotta a dissotterrare molti documenti
privi al tutto di bellezza; il gusto non deve esserle unica guida; come agli
occhi del naturalista il più piccolo insetto può apparir degno
di studio non meno degli animali più perfetti, così ai suoi
un’informe e rozza composizione sembra talvolta meritevole di esame quanto
una splendida creazione artistica.
Mario Casella, nel suo articolo commemorativo pubblicato sulla seconda pagina
del giornale "Il Marzocco" del 7 dicembre 1930, commentando la prolusione
di Rajna ventitreenne al suo Montalbano, osservava come in tali termini
il nostro "ricercatore d’origini" determinasse "il carattere della sua disciplina
che, elevandosi su un fondamento comparativo, s’appoggiava a fatti scrupolosamente
accertati, per ritrovare le leggi che nello spazio e nel tempo governano
lo svolgimento "non tanto delle varie forme letterarie, quanto delle singole
invenzioni"". Con queste parole delle quali oggi possiamo cogliere tutte
le implicazioni, Casella sottolineava quanto questa posizione di ricerca
preannunziasse, nel giovane Rajna, insieme al débat relativo
all’invenzione, le indagini intorno a Le fonti dell’Orlando Furioso
e Le origini dell’epopea francese.
Nel 1873-1874, dunque, la ricerca di Rajna procede verso le radici della
comparazione non linguistica ma letteraria, intesa come censimento comparato
delle tematiche oltremondane e "visionistiche", dalle letterature classiche
(greca e latina) al Medioevo e a Dante, sentito come summatico punto di arrivo.
Per illustrare gli assunti metodologici del Rajna, faremo riferimento alle
magistrali osservazioni dell'Avalle, allorché, a proposito della inserzione
di Ulisse tra gli eroi perduti per il loro ardire, sottolinea l'importanza
della proposizione di Rajna, che operava appunto la connessione, "tutta costruita
sulle linee di un "motivo" (macrosegno) che , come si vedrà, se è
di natura sostanzialmente letteraria, presenta anche caratteri che rinviano
ad esperienze straordinariamente arcaiche". E ancora:
La portata affatto innovatrice di tale proposizione che
veniva ad implicitamente dislocare il problema delle "fonti" (...) trasferendo
la "materia" sul piano, ben altrimenti redditizio dei "motivi", non è
sfuggita ad alcuni lettori (...) che se ne sono valsi per ridimensionare,
nei limiti ovviamente delle possibilità offerte dal fuggevole accenno,
il rigido teleologismo esegetico della critica dantesca, più sensibile
alle questioni di metodo proposte dall'epistola a Cangrande della Scala.
Con questo non si vuol dire che tale critica non sia pervenuta per conto
proprio a conclusioni molto simili, procurando anch'essa di sostituire alla
questione delle "fonti", considerata ormai chiusa, l'analisi del "motivo"
in rapporto ad altri luoghi o situazioni congeneri. La differenza tuttavia
permane nel senso che, mentre per i primi l'indicazione di Rajna ha una portata
concretamente tecnica, anche prescindendo dalle acquisizioni immediate, ed
offre non pochi spunti per un'indagine di fenomenologia applicata, per tale
critica invece la parola "motivo" o più vagamente "tema" ha un significato
estremamente generico e serve solamente a giustificare affinità o
al contrario, opposizioni ideologiche varie al di là di ogni specifico
rapporto formale (...). Ora come proposizione preliminare andrà detto
che nella cultura medievale ogni "motivo", proprio nella misura in cui è
consacrato da una lunga tradizione letteraria, ha un suo preciso schema compositivo
(pattern), rispetta certe leggi della composizione, non diversamente ad esempio
da talune categorie di racconti o di favole come quelle (...) studiate da
Vladìmir Ja. Propp (1928).
Una posizione precorritrice che vanifica molte polemiche e discorsi successivi
quella che si evince dalle dichiarazioni di Rajna allorché ponendosi
il problema della "materia" e della "forma" afferma che i due concetti insieme
costituiscono il "contenuto": "giacché se i due concetti si possono
considerare disgiuntamente dai filosofi, nelle opere d'arte, e più
che in nessun altra nella Divina Commedia, la separazione riesce violenta
e irrazionale". Nel punto in questione, già messo in evidenza dal
Mazzoni, la "forma" è la veste poetica ma anche forma del pensiero
e espressione di questo. Tuttavia l'aver sottolineato che materia e forma
sono il "contenuto" (parola riscritta sulla cassatura di materia,
quasi a sottolineare l'oscillazione terminologica di cui si tornerà
a dire) non significa averne limitato il contenuto, né fornito leggi,
significa piuttosto contemplare la complessità dell’opera d’arte che
risulta dalla "combinazione" di motivi (materia) e forma poiché: "alla
molteplicità della materia si aggiunge la molteplicità della
forma, che intrecciandosi (combinandosi*) con quella, produce una svariatezza
di cui s'hanno ben pochi esempi".
Sarebbe dunque pretesa erronea, avverte Rajna, e anzi abbaglio, quella
di coloro che credono "di aver dichiarato le "fonti" del grande poema perché
hanno dimostrato a che ciclo leggendario esso venga a rannodarsi". Ma la necessità
costringe a rinchiudere la ricerca entro dei confini, siano pure essi angustissimi
e di fronte alla svariatezza delle forme e dei materiali Rajna dichiara di
volerne scegliere due soli: "Terrò dietro alla letteratura delle
visioni e dei viaggi ai mondi della morte;...". Ma attenzione:
"Come si vede, prendendo questi due soggetti, anziché della sostanza
del poema sacro, io vengo ad occuparmi della sua veste; è la cornice,
il colorito del quadro che io prendo a considerare, anziché le figure
e la scena che vi si vedono dipinte". Il tecnicismo verbale ci costringe
alla riflessione attenta. Ridurre il discorso entro il sistema dei generi
letterari sarebbe svilimento di quel tecnicismo dal quale non si può
prescindere nella valutazione del corso di Rajna che si apriva a ben altri
lidi, già da tempo frequentati dal Veselovskij, autore della teoria
dei "motivi vaganti", con il quale Rajna e D'Ancona erano in rapporto di
lavoro oltre che d’amicizia: basti pensare alla collaborazione intorno alla
Scelta di curiosità letterarie inedite o rare.
Rajna, dunque, vuol condurre la sua ricerca entro due "motivi" letterari,
"viaggi" e "visioni", entro lo sviluppo storico e morfologico dell'idea di
oltretomba e della vita post mortem nella produzione letteraria, in
poesia e in prosa, greco-latina, ebraico-cristiana e medievale romanza; muoversi
per giungere, al termine della ricerca, al vertice della piramide cogliendo
le innovazioni di Dante a livello dell'intreccio.
Due potrebbero essere le alternative nello studio della letteratura catabatica:
l'una si esaurirebbe in breve spazio e sarebbe quella di andar "ricercando
che cosa l'Alighieri abbia imitato", l'altro consisterebbe nel
considerare le cose molto più largamente, abbracciando
tutta la serie dei viaggi nell'altra vita, tanto quelli che l'Alighieri ha
conosciuto, quanto quelli che rimasero probabilmente o certamente ignoti.
È un compito molto più faticoso, che apparentemente trascina
assai lontano dall'intento che io [Rajna] mi sono proposto in queste lezioni,
ma in fondo giova molto più dell'altro a un'illustrazione ben intesa
della Divina Commedia.
Che a Dante siano state suggerite da altri autori venti
invenzioni in cambio di dieci, la è cosa che in fondo in fondo, quantunque
non inutile di certo a sapersi, non ha poi grande importanza per chi miri
ad acquistare un concetto più vero e preciso che non s'abbia dai più
del poema considerato nei suoi rapporti coi suoi tempi e colle età
passate.
Di ogni gran fatto, di ogni grand'opera è sempre
a distinguere una preparazione diretta ed una indiretta. Chi badi solo alla
prima e trascuri la seconda finisce per non vedere al di là delle
apparenze, della superficie e non raggiungerà mai più che a
mezzo l'intento.
Or bene, come preparazione indiretta della Divina Commedia
in quanto è descrizione dei regni della morte, vanno considerate tutte
le fantasie che passavano per la mente dei suoi contemporanei e della generazione
che lo aveva educato intorno all'Inferno, al Paradiso, e al Purgatorio; e
siccome queste fantasie si concretano soprattutto nelle visioni dell'altra
vita, riesce opportuno il ricercare coteste visioni per acquistare esatta
conoscenza".
Nell’ambito di questo sinolo, "preparazione diretta" o fonti in senso stretto,
e "preparazione indiretta", sinolo che costituisce l’elemento paradigmatico,
la langue di riferimento, si forma l’opera d'arte, la parole
, forse più per aemulatio che per diretta, intenzionale
imitatio. "Insomma", ed è ancora Rajna, "lo studio che sto per
intraprendere gioverà piuttosto che a chiarire la materia, a far intendere
le ragioni storiche della Divina Commedia, mostrando che anche nel
suo disegno generale essa è ad un tempo vecchia e nuova, prodotto di
una lenta elaborazione di secoli ed opera di una mente creatrice". Il rischio
è quello di non cogliere la peculiarità delle petizioni di
principio dell’illustre valtellinese a motivo di una terminologia dialetticamente
oscillante tra tradizione e innovazione. Eppure, il concetto che questa ricerca
debba svolgersi nel paradigmatico torna ad imporsi con forza allorché
Rajna polarizza tra "fantasia impersonale" (paradigma) e "fantasia individuale"
(sintagma) giacché anche i fantasmi che si affacciano alle menti "si
diversificano assai a seconda dei luoghi e delle età: quasi direi
esserci una fantasia impersonale, a cui sono subordinate le fantasie dei
singoli individui, se non preferissi valermi di una forma meno inesatta e
dire che c'è un mondo fantastico nel quale senza volerlo noi viviamo,
partecipandovi in una misura maggiore o minore a seconda che tra le nostre
facoltà predomina l'immaginativa oppure la ragione". Non termina qui
il discorso: "Se il poeta vivesse adesso difficilmente sognerebbe con tanta
intensità; e se anche sognasse, certo il sogno non gli farebbe scorgere
l'Amore che desse mangiare il suo cuore alla fanciulla che il giorno lo aveva
salutato". Forma e concetto, conclude Rajna, nascono insieme e sgorgano "congiuntamente
dall'animo del poeta che era stato disposto a cotesta maniera di concezioni
e dalle sue proprie tendenze e dal mondo fantastico dei suoi tempi".
Seppure non si possa parlare di una "semiotica dell'aldilà" quale
quella che Cesare Segre disegna nel primo capitolo del suo libro eloquentemente
sottotitolato I modelli nella follia e nelle immagini dell’aldilà,
riconoscendo quale precursore in questa operazione il solo A. Ja. Gurevic,
può essere tuttavia utile considerare la posizione di Rajna in tale
prospettiva. Sicuramente Rajna è più vicino nel metodo all’ambizione
di Segre di quanto non lo siano stati tutti quegli studiosi dal Labitte al
D’Ovidio (Labitte, Ozanam , Villari e D’Ancona , Cosmo, Torraca,
Zingarelli, D’Ovidio) che, e son parole di Segre, hanno usato i testi relativi
a viaggi e visioni "come possibili fonti della Commedia", filone di
letteratura critica che si estingue intorno al 1920, "come ogni ricerca sulle
fonti, per influenza di Benedetto Croce"; l’indagine dello studioso valtellinese
si snoda intorno alla morfologia narrativa di viaggi e visioni, modelli entro
il sistema "leggenda sacra", alla ricerca di motivi comuni e dello sviluppo
di questi stessi, ora considerando la più semplice tripartizione:
Inferno - Purgatorio - Paradiso, ora altri e più specifici elementi
quali "il pozzo", "la guida" e così via, in una lunghissima diacronia
rendendoli sincronici entro il modello stesso viaggi-visioni, rispettivamente
letteratura catabatica per il mondo classico e visionistica per quello cristiano.
La visione, infatti, "era qualcosa di congenito nella mente dell'Alighieri",
non già "una semplice forma d'arte che a un certo punto della vita
egli togliesse a prestito non so dire donde, per farne come a dire lo stampo
alla sua materia". Si aprono prospettive addirittura antropologiche ante
litteram "giacché senza cotesta conoscenza", paradigmatica si
potrebbe dire, "noi ignoreremmo assolutamente perché la mente di Dante
si trovasse nelle condizioni in cui l'abbiamo veduta, condizioni dalle quali
doveva emanare il poema. Ci occorre insomma di esaminare il mondo fantastico
in cui, come ho già avuto a dire, vivevano le fantasie dell'autore
e dei suoi contemporanei". Vien fatto di pensare a quella che Gurevic definisce
capienza dell'uomo medioevale e di giungere , forse, a quella ch’egli
definisce antropologia della visione.
Nell’ambito di questa indagine che conduce a stabilire "in qual modo i
tempi abbiano preparato Dante a scrivere la Divina Commedia quale essa
è, non già in che misura si possono trovare qua dentro cose
già dette da altri" viene ridefinito il significato stesso di originalità
. Tale categoria viene individuata nell’elemento sintagmatico, personale,
svincolato da ogni modello esterno, evidenziare il quale è il clou
se non il fine di una analisi distintiva di macrosegni narrativi
che in Rajna, peraltro, si nutre della sistematicità propria al positivismo
e alla scuola storica.
Ciò significa che, entro un sistema, considerato "strumento
euristico astratto", entro dunque uno schema compositivo, un modello, una
langue, un codice, si arriva a descrivere l'intreccio, l'oggetto, la
parole, il messaggio quale contributo individuale. In altre parole
forse più attuali, sicuramente al pari magistrali:
I materiali preesistono alla elaborazione delle singole
opere e comprendono elementi disparati, appartenenti sia al piano del "contenuto",
sia al piano della "forma". L'autore utilizza tali materiali con strumenti
di tipo combinatorio attraverso la mediazione di un certo numero di "artifici"
o meglio procedimenti ("prïem" [...]) la cui scelta è devoluta
all'iniziativa dei singoli.
La dialettica tra le due categorie "ripetibilità" e "originalità",
per valermi di una notissima, successiva formula, era quella che contrapponeva
alla poesia popolare la poesia d'arte. E se nella visione tradizionale l'una
escludeva l'altra così non fu per Rajna che, dopo quanto esposto fin
ora, riconosce in questa polarizzazione la dialettica tra fantasia impersonale
e quella personale.
Se volessimo storicizzare senza troppo "tradurre" diremmo che il nodo problematico
del débat consiste nella valutazione della maggiore o minore
importanza da attribuire al primato dell'invenzione. Altri e ben lontani
erano gli assunti del maestro D'Ancona, occupato nell'ordinare i materiali
e dividerli in grandi classi cogliendo anch'egli i motivi comuni ma nell'accezione
meno tecnica, anzi quali elementi di semplice imitazione o popolarità
. Operazione, codesta, che aveva già fatto l'Ozanam. La questione
dell'originalità, il D'Ancona, nella sua conferenza del 1874 la relega
in nota per rigore documentario. Cosicché, seppure l'incipit
del suo lavoro si apra a vasti orizzonti nella considerazione che "Quell'amplissimo
ciclo di leggende che ha per forma la Visione e per argomento il destino
dell'uomo dopo la morte, fu, durante l'età media generato da una viva
e comune preoccupazione degli animi e delle fantasie", la conclusione disattende
le premesse: " Che se Dante non inventò tutto quanto il suo soggetto,
questa ahime! non è sua colpa né suo demerito, ma infermità
della umana immaginativa, men vasta e potente che non sogliasi credere".
Una giustificazione lontana dalla forma mentis del discepolo Rajna,
che al lettore di oggi lascia scorgere quanto siano depotenziati i termini
del discorso allorché si releghi la questione dell'originalità
in nota e si consideri l'uso di materiali preesistenti una "infermità
della umana immaginativa".
Si direbbe, dunque, che quanto rimane del "momento pisano" del dantismo
di Rajna, nel suo genere, è un momento d'oro poiché Dante gli
fornisce l’opportunità di procedere innanzi ai suoi Maestri, cioé
di cercare nel paradigmatico per giungere al sintagmatico, opportunità
che certo non gli concederà, tre anni più tardi, l'Ariosto.
Altro è il discorso da fare a proposito dei "generi letterari":
in specie, del genere "leggenda sacra", nel quale si contempla anche
la visione ma non solo quella, che risulta essere un'astrazione generalissima,
quasi direi un Oberbegriff, entro il quale gli elementi sono intercambiabili.
Ne consegue la necessità di "limitare entro confini più angusti",
diceva Rajna, una comparazione che altrimenti sarebbe troppo ampia e generica,
in conformità con la migliore teoresi semiologica. Anche in questa
circostanza non serve moltiplicare gli eventi sine necessitate, almeno
non prima di aver considerato le eventuali aggiunte e riflessioni sul tema
che Rajna scrive altrove, in alcuni appunti abortivi relativi a Le descrizioni
dell'Inferno nei romanzi cavallereschi:
La leggenda >sacra< nel Medio Evo, e specialmente
fuori d'Italia, pervade ogni campo; non solo i sacerdoti e i monaci la vanno
spargendo, ma ancora i giullari; dall'un canto genera il mistero, dall'altro
penetra nelle creazioni stesse del popolo e le tramuta. Così noi la
vediamo insinuarsi nel ciclo di Arturo e alle mistiche narrazioni circa la
vicenda del Santo Graal, così farsi strada anche in quello di Carlo
Magno, e produrvi o almeno modificarvi la storia di Fierabraccia e delle
portentose reliquie della passione, e con essa quella ancora del Viaggio
a Gerusalemme. L'Italia stessa, nella quale il fanatismo religioso fu sempre
ben lontano da toccare il segno a cui pervenne oltralpe, l'Italia stessa
vede spuntare dalla leggenda il più insigne monumento della sua cultura.
Rajna usa la categoria generalissima di genere letterario in funzione
euristica per dimostrare come la leggenda sacra del Medio Evo
avesse radici remote nella classicità e sviluppo nella mediolatinità,
e quindi si fosse cristallizzata in un genere peculiare alla poesia delle
origini italiane per una sorta di naturale continuità. E ancora Rajna
scrive:
Io non sono certo tra coloro che nella leggenda
di frate Alberico o in quella del Purgatorio di S. Patrizio o in altre siffatte
narrazioni vogliono vedere il modello della Divina Commedia
; tuttavia mi sembra che se la leggenda sacra non avesse predisposte le menti
alla credenza nei Viaggi pei mondi oltraterreni, l'ingegno dantesco
si sarebbe aperto altra via.
Usando in limine la categoria "genere letterario leggenda", Rajna
non si preoccupa di specificare il modello: visio, sogno, o viaggio.
Il passaggio è sottinteso, entro il genere "leggenda sacra" ci sono
diversi modelli a cui far riferimento e all’interno di questi modelli interessa
perseguire il motivo dei "viaggi pei mondi oltraterrenij". Il motivo dell’andata
nell’aldilà, sia che si parli di visio, di sogno o di catabasi,
è motivo ben frequentato e contesto nell’ambito del genere "leggenda
sacra".
Sollecito dunque ad individuare un genere letterario peculiare alla propria
letteratura nazionale dall’una parte, ma tuttavia attento ai motivi comuni,
ai diversi macrosegni narrativi dall’altra, non era sufficiente
a Rajna come pure a Veselovskij fermarsi al primo momento, all’individuazione
di un "sistema" o "schema comparativo", poiché, e son parole di Avalle,
solo questi ultimi [motivi] hanno precise radici storiche
negli usi e costumi delle culture cosiddette "primitive", e, in quanto unità
"semplici", si vedono garantita una esistenza reale. In altre parole, se
partiamo dal concetto di "archetipo" esso risulta applicabile al solo "motivo",
mentre nel caso dello schema la sua definizione esclude, come dichiarato
dallo stesso Propp (...) una sua eventuale natura archetipica.
[...]* vedere cartaceo
Divorzio intellettuale a parte, la recensione dello studioso russo illustra
il carattere almeno bifronte dell’uomo che fece il nido negl’interstizi
\ delle più antiche saghe: da un lato il Rajna del corso su
La Materia e la Forma della Divina Commedia (1873-74), comparatista
e "semiologo" ante litteram, vicino all’esperienza intellettuale di
Veselovskij, che si muove entro il paradigmatico, lo studia, ne descrive le
caratteristiche, ne percorre i motivi, ne considera l’imaginaire
collectif giungendo, al termine della ricerca, al poeta, all’artista e
alla sua irriducibile e tutta romantica originalità, nel caso di Dante
senza dubbi di sorta, proponendo una sintesi concettuale, sulla quali molti
anni più tardi, tornerà Ramón Menéndez Pidal;
e dall’altro il Rajna de Le origini dell’epopea francese (1884)
che in qualità di "romanista" tenta di dare il suo contributo
alla ricostruzione della genesi dell’epos in Italia e fuori, corrispondente
di Gaston Paris e suo collaboratore sul nascere della disciplina e dei suoi
organi di diffusione ovvero le due riviste fondate da Paris stesso, la "Revue
critique d’histoire et de littérature" (1866) e la "Romania" (1972),
codiretta con Paul Meyer. Di qualche utilità la periodizzazione proposta
da Bernard Cerquiglini per la filologia francese: negli anni che vanno dal
1830 al 1860 campeggiano editori empiristi, una generazione di pionieri che
pubblica freneticamente i testi che vanno via via scoprendo; nella campata
temporale 1860-1913 si assiste a una rottura profonda con il passato e a
uno sviluppo repentino:
Les facteurs qui présidèrent à cette
rupture sont divers. Le dépouillement systématique et scientifique
des bibliothèques fait découvrir de très nombreux manuscrits,
multipliant les sources de chaque oeuvre, ce qui pose le problème
éditorial avec force. Une istitution médiéviste se développe:
creation de chaires (Collège de France, 1852; Sorbonne, 1883), de
revues (Revue critique d’histoire et de littérature, 1866;
Romania, 1872), de sociétés (Société des
anciens textes français, 1875), voire d’etablissements (école
pratique des hautes études, 1868). La philologie médiévale
française, enfin, avec le retard d’une génération au
moins, mais, après 1870, avec le désir farouche de venger Sedan,
rejoint la philologie allemande dans la sphère de la pensée
positive.
In realtà una sorta di creativa schizofrenia pervade la cultura di
questa campata spazio-temporale in Francia come in Italia, così che
esistono due Rajna come esisteranno due Bédier, quello dei fabliaux
contro quello delle Légendes epiques.
Vere "rivoluzioni", quella del Bédier e del suo poeta "Turoldo"
come molto più tardi, e in relazione a Dante, quella di Croce e della
sua lettura "libera da preoccupazioni estranee" che potremmo aggiornare e
riproporre tutt’oggi nei termini di virtualità del testo letterario
e della "oroborica" funzione dell’intentio lectoris.
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