Claudia Di Fonzo©
, "La dolce donna dietro a lor mi pinse/ con un sol cenno su per quella
scala" (Par. XXII, 100-101), in "Studi Danteschi", vol 63 (1991), pp.
141- 175.
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Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è
così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo. (Montale)
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"Abbiamo già osservato (cap. XII. § 3) che Dante rivendica
alla sua poesia una funzione scientifica trovandosi così in opposizione
alla filosofia scolastica. Ciò risulta da un passo della sua lettera
a Cangrande e riceve conferma dalle indagini che Gilson ha svolto sui rapporti
fra Dante e la filosofia. è così definitivamente tramontata
l’erronea tesi secondo la quale Dante sarebbe stato tomista. Nel canone degli
intellettuali beati del cielo del Sole abbiamo incontrato un’interpretazione
individuale e originale della tradizione. Ancora più originale ci
appare nella Commedia quello che potremmo definire il "meccanismo
di salvezza". Nel viaggio nell’oltretomba, la prima guida di Dante è
Virgilio, che poi cede il posto a Beatrice; questa a sua volta lo cede a
S. Bernardo".
Introibo altisonante per altra e ben più piccola noterella
dantesca maturata nell’ambito di una discettazione seminariale; noterella
che, pur attingendo al gazofilacio della tradizione biblica, e monastica
(a partire da Benedetto) e poi mistica (in specie Bernardo),
non abbia altra pretesa se non quella di dilatare la fruizione dei pochi
versi di Par. XXI e XXII dell’alta Comedia, intorno ai quali
è intessuta l’immagine di una scala sulla quale scendono le anime
dei contemplanti: quella scala / u’ sanza risalir nessun discende.
Anime che già in terra decisero di salire a Dio nella contemplazione
estatica (extra se) per "gustare di quella pace"
e anticipare ad ora ad ora hic et nunc la visio Dei e discendere
poi da questa altezza nell’obbedienza e nell’umiltà, poiché
[...] perfecti [...] quique et spirituales, qui turturis nomine designantur,
cum ad firmamentum et robur virtutis suae, per virtutem oboedientiae et subjectionis,
premunt se semper ac deicjiunt in id quod incipientium est; unde infra se
descendunt, inde ascendunt supra se; et humiliando
se magis proficiunt.
Salire scendere e salire in fondo non è altro che roteare
da Dio in Dio, ed è movimento profetico che svela la verità
dell’uomo e quella del Figlio dell’uomo nella campata di tempo che intercorre
tra genesi, esodo e Terra Promessa.Intorno a questa scala santa che fino
all’empireo varca e sulla quale Beatrice spinge i beati, l’Alighieri intesse
come ragno la sua tela, la diegesi dei canti XXI e XXII del Paradiso, evocando
il riferimento vetero testamentario a Gen. 28, 12 e quello neo testamentario
a Gv 1, 51 non senza riallacciarsi sur place a una lunga tradizione mistico-monastica
che ampiamente usò di questa immagine in testi capitali e diffusissimi
che via via ricorderemo. Muoviamo dunque da quei testi biblici che rimarranno
corrente rumore di carro nel percorso dell’intiera lettura:
10 igitur egressus Iacob de Bersabee pergebat Haran 11 cumque venisset
ad quendam locum et vellet in eo requiescere post solis occubitum tulit de
lapidibus qui iacebant et subponens capiti suo dormivit in eodem loco 12
viditque in somnis scalam stantem super terram et cacumen illius tangens
caelum angelos quoque Dei ascendentes et descendentes per eam 13 et Dominum
innixum scalae dicentem sibi ego sum Dominus Deus Abraham patris tui et Deus
Isaac terram in qua dormis tibi dabo et semini tuo.
(Gn 28, 10-22)
51 et dicit ei amen amen dico vobis videbitis caelum apertum et angelos
Dei ascendentes et descendentes supra Filium hominis.
(Io 1, 51)
Giacobbe dunque fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, e la sua
cima raggiungeva il cielo; ed ecco (hinne) che gli angeli di Dio salivano
e scendevano su di essa. Proprio questo simbolo è stato ripensato
e compiuto nelle parole di Gesù sopra riportate riferite dall’evangelista
Giovanni; lo stesso evangelista raccontando nel capitolo terzo l’abboccamento
tra Nicodemo e Gesù circa la possibilità di rinascere nello
spirito, fornisce un’ulteriore chiave di lettura allorché scrive,
e sono parole di Gesù medesimo:
13 et nemo ascendit in caelum nisi qui descendit de caelo Filius hominis
qui est in caelo. (Io 3, 13)
Il riferimento che opera l’evangelista Giovanni è appunto alla
scala di Giacobbe del quale elimina il lato materiale prefigurante, ante
litteram o profetico, la scala, assimilata oramai alla croce medesima
di Cristo, e ne evidenzia gli effetti di comunione e visione mistica in quel
salire e scendere degli angeli sul "Figlio dell’uomo", salire della natura
umana alla visione e alla dignità di Dio (vedere significa essere),
scendere della natura divina sull’uomo, il tutto senza spostamento alcuno
in Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo. Non a caso l’episodio continua
raccontando la lotta notturna di Giacobbe con un uomo che lo ferisce all’anca
e si rivela essere "l’angelo del Signore" allorché rifiuta di pronunciare
il suo nome, e che lo benedice. Giacobbe allora chiamò quel luogo
Penuel: "perché", disse, "ho visto il volto di Dio faccia a faccia,
eppure la mia vita è rimasta salva". Ma se anche noi cambiassimo formulazione
e postulassimo che in questo salire e scendere si materializza una "qualità"
del rapporto uomo-Dio: la relazione; sic stantibus rebus gli angeli
porterebbero agli uomini le benedizioni divine e a Dio le preghiere degli
uomini, e la scala rimarrebbe comunque il luogo dell’incontro tra cielo e
terra, tra l’essenza di Dio e l’esistenza degli uomini seppure saremmo nell’ambito
di una lettura filoniana del vangelo di Giovanni.
***
Un simbolo è per sua natura significante e la sua valenza si dilata
e si espande nell’uso divenendo esso medesimo un sistema di riferimento complesso
e polivalente, assume cioè una costellazione di significati nell’ambito
di una stessa orbita, significati che non si escludono e non si dichiarano
ma evocano e rimandano e chiedono spazio e tempo di pensiero al fruitore
che voglia entrare nel mistero del loro linguaggio sintetico. Fatto sta ed
è che la scala, scrive Salvatore Pricoco, "è un simbolo di
remota antichità. Anche fuori del giudaismo, nelle religioni mediterranee
e orientali, essa fu assunta a significare l’aspirazione al celeste; nella
cultura greca, da Platone a Plotino a Proclo, la purificazione morale attraverso
la virtù, l’ascesa intellettuale dell’anima all’idea, l’illuminazione
e l’unione con l’Uno furono concepite come un salire per i gradini di una
scala".
Nella tradizione ascetica siriana l’immagine della scala, legata a quella
della salita al monte Sion e alle scale delle piramidi e degli zigurrat fu
particolarmente importante; verbi causa, il Climaco, ne La scala
del Paradiso vide "i trenta anni della maturità di Cristo e di
ogni uomo anelante al cielo come cerva immunizzata dal veleno mortifero per
via della sua unione con Lui. Raggiunta la cima della scala, l’anima può
bagnarsi nelle acque della teologia e snidare con il fiato della sua bocca
definitivamente le fiere dai loro nascondigli: sugli alti monti dove, secondo
Origene abita la conoscenza della trinità. [...] La similitudine del
Climaco si riferisce al desiderio abituale di Dio che è carità,
coronamento di tutte le virtù trattate ne La scala..., somma
della sua dottrina ascetica che nel trentesimo gradino prende luce, moto
e struttura".
Tanti sono i significati che padri e dottori della chiesa hanno individuato
in merito alla visione di Giacobbe, e chi desideri avere un rapido tableau
dello status questionis fino a Benedetto, che di quell’immagine è
stato rivificatore originale, può utilmente riferirsi agli scritti
del già citato Pricoco.
Noi, nel nostro percorso d’avvicinamento ai testi danteschi, incontriamo
il doctor mellifluus, e qui siamo necessitati a ricorrere alla
expertise del Mazzoni. S. Bernardo vide la relazione tra Dio e l’uomo
come una scala su cui si sale e si scende poiché non è assolutamente
possibile stare fermi nell’incertezza della nostra condizione né essere
buoni:
Vidit Iacob in scala angelos ascendentes et descendentes
: nunquid stantem quempiam, sive sedentem? Non est stare omnino in pendulo
fragilis scalae, neque in incerto huius mortalis vitae quidquam in eodem
statu permanet. non habemus hic manentem civitatem, nec futuram adhuc possidemus,
sed inquirimus. Aut ascendas necesse est, aut descendas: si attentas stare,
ruas necesse est. Minime pro certo est bonus, qui melior esse non vult, et
ubi incipis nolle fieri melior, ibi desinis etiam esse bonus.
Mazzoni parlando della dimensione "cristologica" di Beatrice infatti scrive:
"...l'avvento di Gesù, il suo scendere in terra assumendo natura umana
per poi risalire al Cielo, è spiegato da Bernardo come l'insegnamento
supremo che il Cristo ha lasciato, si badi, a tutti gli uomini: ad ogni creatura,
con la Sua incarnazione, passione e ascensione". Di fatto la simbologia del
salire e dello scendere diviene una simbologia complessa e bivalente, così
che "nemo ascendit in caelum, nisi qui descendit de caelo", poiché
salire al Padre è concesso solo al Figlio; l’uomo nel suo elevarsi
a Dio percorre i gradi di una scala che, nella preghiera, è discesa
dell’uomo nel secretum di se stesso, ed insieme ascesa al monte del
Signore ove il cielo si squarcia e discende su Lui stesso, come illustra
l’apostolo della mansuetudine. Scrive Bernardo nel De gradibus:
videntibus, inquit, illis, id est Apostolis, elevatus est. Non sicut
Elias, qui unum, non sicut Paulus, qui nullum, - vix enim vel seipsum testem
aut arbitrum habere potuit, ipso perhibente: nescio, deus scit -, sed ut
omnipotens, qui quando voluit descendit, quando voluit ascendit, pro suo
arbitrio arbitros et spectatores, locum et tempus, diem et horam expectans,
videntibus illis, quos scilicet tanta visione dignatur, elevatus est. Raptus
est Paulus, raptus est Elias, traslatus est Enoch; Redemptor noster legitur
elevatus, hoc est ex seipso levatus, non aliunde adiutus.
Bernardo sta qui trattando dell’ascensione al terzo cielo, cioè al
Padre al quale si giunge per il tramite della contemplazione, al quale cielo
in effetti si viene rapiti:
Quos ergo ad primum caelum per humilitatem Filius vocat, hos in secundo
per caritatem Spiritus aggregat, ad tertium per contemplationem Pater exaltat.
Solo nella contemplazione trinitaria d’amore, e nella visio mentalibus
oculis questo salire e scendere diviene la persona stessa del Figlio
che solo ascese al cielo, Lui che discese dal cielo. Solo in Cristo scendere
e salire riassume la terra e il cielo; sulla terra invece il movimento che
deve condurre il mistico è quello del salire sulla scala che Dio pose
tra terra e cielo facendo discendere suo figlio. Ancora Bernardo:
Ad quod tamen iam, ipso iuvante, quo et vocante, mihi scalam erexi.
In Dante, Par. XXI, 25-42 appare una scala di color d’oro, in cui si riflette
un raggio di sole; la scala si erge tanto in alto che l’occhio dell’agens
non può seguirla fino in cima. Su di essa scendono giù per gli
scalini (gradi) tanti spiriti beati. E come le cornacchie (pole) per istinto
naturale al principiare del giorno si ergono in volo per scaldarsi e alcune
volano lontano senza redire altre fanno ritorno al nido da dove erano partite,
altre roteano sul posto, ugualmente si comportano le anime venendo giù
insieme dalla gradinata.
Vidi anche per li gradi scender giuso
tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
che par nel ciel, fosse quindi diffuso.
(Par. XXI, 31-33).
Lo scendere è il movimento della inhabitatio di Dio nel
cuore della creatura, "hysteron próteron" della deificatio
dell’uomo, catabasi nella quale l’abisso chiama l’abisso, e anabasi dei morti,
movimento che si ripete nella mistica rosa di Par. XXXI, 16 quando
le sostanze angeliche scendean nel fior, di banco in banco.
I versi che seguono complicano l’immagine con la similitudine delle pole
che qualificano e assimilano questo scendere, e subito dopo il salire e il
roteare, al volo; complicanza pertinente e volontaria sulla quale più
innanzi avremo motivo di tornare.
E come, per lo natural costume,
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
poi altre vanno via sanza ritorno,
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
tal modo parve me che quivi fosse [...]
(Par. XXI, 34-40).
Altre rivolgon sé onde son mosse, dunque le anime a guisa
di scintille salgono sulla scala, se di salire si può parlare, tornano
cioè alla fonte così come ci racconta Dante medesimo in
Purg. XVI, 85-90: "esce di mano a lui che la vagheggia/...
l’anima semplicetta che sa nulla,/ salvo che, mossa da lieto fattore,/ volentier
torna a ciò che la trastulla".
Infine le anime-pole roteando fan soggiorno, per quel recirculante
amore che più innanzi le configurerà nell’imagine della
candida rosa, ove si mostra a Dante la milizia santa / che nel suo sangue
Cristo fece sposa, e dunque la chiesa militante degli Atti, e la milizia
angelica:
[...] che volando vede e canta
la gloria di colui che la ’nnamora
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’ape che s’infiora
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’addorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
(Par. XXXI, 4-10).
Le sostanze angeliche di Par. XXXI ripetono esattamente il movimento
che compivano quelle della scala del sogno di Giacobbe. Inoltre, come abbiamo
visto in Gn 28, sono una mediazione. Rimarrebbero le sostanze angeliche
un tramite tra i beati e la divinità e non ci sarebbe superamento
di questo ordine gerarchico della creazione se l’umana natura non fosse stata
nobilitata dal Figlio dell’uomo che, prima di ogni sostanza angelica, è
colui che compie il movimento di scendere e salire, movimento in cui cielo
e terra si toccano, misericordia e giustizia si baciano, senza così
dover attribuire a Dante tendenze filoniane. Non appare un casuale e pietistico
cadeau a Maria, dunque, l’inno con cui principia l’ultimo canto dell’
alta comedia; Maria colei che l’umana natura nobilitò a
tal punto che’l suo fattore / non disdegnò di farsi sua
fattura; Maria è colei in cui è germinato, per partenogenesi,
Cristo-fiore; e non è un caso che l’inno sia sulla bocca del mistico
Bernardo fatto ormai capace della visio Dei e angelo lui stesso tra
Dio e Dante.
Si leggano, dopo quanto detto finora, i versi ove Dante, con risoluzione
della sottesa e sospensiva aposiopesi, esplicita l’immagine della scala-
visio con aperto riferimento a quella di Giacobbe dell’ipotesto biblico
(Gn. 28); in virtù di questa citazione la scala di cui dice
Dante già anticipa l’empireo e ci fa pregustare, secondo il metodo
proprio all’ascesi esicastica una contemplatio-soddisfazione adeguata
a quella di un alto disio-disïanza che, al cospetto di
Dio è perfetta matura e intera; climax di pensiero alla
quale si accompagna una calibrata e pertinente concentrazione linguistica:
disio-disïanza- scala - invola:
Ond’elli: "Frate, il tuo alto disio
S’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti gli altri e ’l mio.
Ivi è perfetta, matura e intera
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr’era,
perché non è in loco e non s’impola;
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s’invola.
Infin là sú la vide il patriarca
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d’angeli sì carca.
(Par. XXII, 61-72)
Ma in terra il libero arbitrio non è ancora rettificato e purificato
(Par. XXVII) e la disïanza non è perfetta, matura
e intera. Occorrerà all’uomo nel tempo e nello spazio del suo
esilio dalla terra promessa cibarsi della sapienza, per giungere alla comprensione
razionale (il primo grado di Bernardo); nutrirsi della virtù, per
essere consolato e godere dei frutti dello spirito (il secondo grado); fruire
della grazia, per arrivare alla contemplazione del Padre (terzo grado) e
così ascendere per tramite della scala di cui parla Benedetto all’unica
Scala, all’unico che può scendere e salire, l’unico che potesse compiere
l’integra satisfactio, in accordo alle teoriche di S. Anselmo,
il Cristo naturalmente; solo assimilata alla sorte di Cristo, figlio dell’uomo
e icona del Padre, la creatura è abilitata a ficcare gli occhi "per
entro l’abisso de l’etterno consiglio", poiché diversamente ...
Non potea l’uomo ne’ termini suoi
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedïendo poi,
quanto disobedïendo intese ir suso;
e questa è la cagion per che l’uom fue
da poter sodisfar per sé dischiuso.
(Par. VII, 97-101)
Versi che sono sintesi mirabile delle teoriche di Anselmo in merito alla
ratio dell’incarnazione di Cristo: in quanto uomo, assimilato alla
disobbedienza di Adamo, in quanto Dio riparatore perfetto di fronte al Padre.
Parole sulle quali è necessario soffermarsi a ragionare proprio qualora
si voglia qualificare il movimento di discesa e ascesa delle anime dei beati
e delle creature angeliche sulla microscala del cielo dei contemplanti, che
è poi la macroscala su cui si sale lungo tutto il Paradiso, scala
croce del Cristo che penetra fino agli abissi.
In un recente contributo, Christopher Ryan torna a considerare
il ruolo fondamentale del Cur Deus Homo nella dottrina della Chiesa
Occidentale e ripropone un riscontro verbale oltre che di contenuti tra i
versi di Dante e l’opera di Anselmo. Lo studioso sintetizza, in prima istanza,
il contenuto del Cur: nel primo libro si descrive la via senza uscita
della condizione peccaminosa dell’umanità dopo il peccato nell’Eden;
nel secondo, si indica la sola via possibile a superare l’impasse
di questa condizione, attraverso l’iniziativa di Dio che si incarna
operando quella che Anselmo dirà satisfactio (ed in proposito
il Ryan cita le due terzine di Par. VII, 97-102). Si
inoltra, poi, nel confronto con Dante, e individua nella successione delle
proposizioni di Anselmo un implicito: Dio non avrebbe potuto operare una
restaurazione semplicemente per grazia con un fiat; da siffatta
osservazione ricava due delle maggiori differenze esistenti tra Anselmo e
Dante: a) per il primo l’Incarnazione fu una questione di necessità,
per il secondo un atto di libera scelta; b) consegue che per Dante motivo
dell’Incarnazione non fu, come per Anselmo, esclusivamente la giustizia,
e neanche primariamente la giustizia, ma la misericordia. Dimentichi per
un istante del Cur lasciamoci guidare dalla Meditatio redemptionis
humanae e dal suo incipit parenetico:
Anima Christiana, anima de gravi morte resuscitata, anima de misera
servitute sanguine dei redempta et liberata: excita mentem tuam, memento
resuscitationis tuae, recogita redemptionem et liberationem tuam. Retracta
ubi et quae sit virtus tuae salvationis, versare in meditatione eius, delectare
in contemplatione eius. Excute fastidium tuum, fac vim cordi tuo, intende
in hoc mentem tuam. Gusta bonitatem redemptoris tui, accendere in amorem
salvatoris tui. Mande cogitando, suge plus quam mellitum saporem, gluti salubrem
dulcorem. Mande cogitando, suge intelligendo, gluti amando et gaudendo. Laetare
mandendo, gratulare sugendo, iucundare glutiendo.
Lasciamoci condurre, dicevo, alla contemplazione del cur bone domine,
pie redemptor, potens salvator, cur tantam virtutem operuisti tanta humilitate?
Scrive Anselmo, seguitando:
Non enim deus egebat ut hoc modo hominem salvum faceret, sed humana
natura indigebat ut hoc modo deo satisfaceret. Non egebat deus ut
tam laboriosa pateretur, sed indigebat homo ut ita reconciliaretur. Nec egebat
deus ut sic humiliaretur, sed indigebat homo ut sic de profundo inferni
erueretur. [...] Nam homo ad quod institutus est non restituitur, si
non ad similitudinem angelorum, in quibus nullum est peccatum, provehitur.
Quod est impossibile fieri, nisi omnium percepta peccatorum remissione, quae
non fit nisi praecedente integra satisfactione.
Era dunque possibile a Dio umiliare se stesso, non poteva invece l’umana
natura venir fuori dal profondo dell’Inferno. Ed essendo l’uomo creato simile
agli angeli la restaurazione della sua natura non poteva avvenire altrimenti
che per tramite di una precedente integra satisfactione che ripristinasse
l’analogia, sia pure di proporzione, tra Dio e l’uomo e il primitivo vincolo
di amicizia. A tal fine venne in soccorso la bontà di Dio, che fattosi
Samaritano, nel suo scendere da Gerusalemme verso Gerico incontra l’uomo
e si prende cura di lui:
Quod quoniam humana natura sola non habebat, nec sine debita satisfactione
reconciliari poterat, ne iustitia dei in regno suo peccatum inordinatum relinqueret:
subvenit bonitas dei, et eam in suam personam assumpsit filius dei,
ut in ea persona esset homo deus, qui haberet quod superaret
non solum omnem essentiam quae deus non est, sed etiam omne debitum quod
peccatores solvere debent, et hoc, cum nihil pro se deberet, solveret pro
aliis, qui quod debebant reddere non habebant.
In tutto ciò, spiega Anselmo, non est divina natura humiliata,
sed humana est exaltata. Nec illa est imminuta, sed ista est misericorditer
adiuta.
In sede di tesi generale e a voler correttamente parlare della satisfactio
bisogna non dimenticare secoli di spiritualità e un contesto che
è quello di un Dio che creò l’uomo e la donna per nessuna necessità
se non un atto di amore libero: il Ryan sottolinea, a ragione, quanto premesse
ad Anselmo l’idea che un atto che potesse veramente sodisfar la disobbedienza
dell’uomo nei confronti di Dio nell’Eden dovesse essere un atto giusto, uguale
e contrario, compensativo che potesse, cioè, ir giuso / con umiltate
obedïendo poi, / quanto disobediendo intese ir suso. Tuttavia sarebbe
banalizzante non camminare à rebours entro i parametri
di riferimento scritturale, dalla Genesi fino a S. Paolo, tra i quali
senza dubbio si muoveva anche Anselmo. Infatti l’Incarnazione è una
nuova creazione e Maria è invocata e esaltata come nuova Eva:
Deus igitur est pater rerum creatarum, et maria mater rerum recreatarum.
Deus est pater constitutionis omnium, et maria est mater restitutionis omnium.
Maria è causa generalis reconciliationis ed è colei che,
in quanto genitrice di Cristo scende negli abissi e sale al di sopra degli
angeli; pertanto Anselmo scrive:
Sed cur solum loquor, domina, beneficiis tuis plenum esse mundum?
Inferna penetrant, caelos superant. Per plenitudinem enim gratiae
tuae et quae in inferno erant se laetantur liberata, et quae supra mundum
sunt se gaudent restaurata.
Una nuova creazione ed insieme una restaurazione che avviene in un deserto:
il deserto della condizione mortale che seguì alla cacciata dal Paradiso
deliziano; il deserto nel quale Dio scende, assumendo la condizione di uomo,
Lui il solo giusto per giustificare, rendere, cioè giusto l’uomo;
il deserto che fiorisce poiché fiorito è Cristo ne l’umana
natura. Il deserto nel quale andavano i monaci per essere provati e dopo
esser discesi nella tentazione, vittoriosi, essere innalzati. Ciò che
premeva ad Anselmo non era stabilire se fu o meno atto di grazia l’Incarnazione,
poiché tutto è grazia, anche il dono della giustizia, scrive
Paolo; a lui premeva, invece, far capire perché la grazia di Dio e
la sua Sapienza avessero deciso di prendere forma umana fornendo così
una ratio spirituale delle remata della Scrittura, sottolineando
così quale dignità avesse dato Dio all’uomo costituendolo figlio
prima nell’Eden e poi in Cristo sulla Terra, nel quale sono state riassunte
tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, per l’appunto; ciò
che premeva ad Anselmo era spiegare l’inno ai Filippesi di Paolo e perché
Dio "doveva" entrare nella morte, facendo ciò che l’uomo aveva scelto
di fare, disobbedire, e recuperando la dimensione di figliolanza e la relazione
filiale nel suo unigenito figlio fatto uomo. .
Non si può dunque discutere se l’Incarnazione fu per Anselmo atto
di giustizia o di grazia; semmai si può discutere, come di fatto fece
la teologia dell’epoca, e come accenna Ryan in una nota conclusiva del suo
contributo, se l’incarnazione fosse o meno l’unica via di salvazione. In
ciò non sbaglia il Ryan quando sottolinea quanto presso Anselmo l’Incarnazione
fosse un atto giusto ovvero la via per non far cadere nemmeno uno iota della
legge, secondo il nomismo del patto ebraico.
Così la scala che devono salire i monaci, è la strada stretta
che indicò il Cristo incarnato, la via, la verità e la vita
che indica S. Paolo quando dice hoc enim sentite in vobis quod et in Christo
Iesu, il quale pur essendo di natura divina non considerò una
rapina la sua uguaglianza con Dio ma umiliò sé stesso facendosi
servo e obbediente fino alla morte di croceed è una scala posta tra
terra e cielo, è l’orizzonte lui stesso, il primo grado dell’ascesi
di S. Bernardo; sulla cima di questa scala che conduce alla recta dilectio
c’è la vita ricolma dei doni dello Spirito Santo, c’è l’Eden
e la felicità naturale dell’uomo prima del peccato d’origine, con
tutta la sua capacità di desiderare solo il bene e la sua perfezione
e c’è il secondo grado di cui parla Bernardo. Siamo a Purg.
XXVII, 115-133:
"Quel dolce pome [la felicità] che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami".
Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sú, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in sul grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi ...
A questo punto Virgilio incorona Dante e il suo arbitrio, già spiritualmente
purificato, così che l’agens, ormai al di sopra delle angustie
terrene può prendere il suo piacere per duce, poiché la natura
dell’uomo al suo fattore unita / qual fu creata, fu sincera e buona;
/ ma per sé stessa fu ella sbandita / di paradiso, però
che si torse / da via di verità e da sua vita, tanto che Virgilio
aggiunge:
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio.
(Purg. XXVII, 138-141)
Come la scala tutta fu corsa, Virgilio incorona Dante signore di se stesso
e il suo piacere come libero di desiderare il bene e la naturalis iustitia
, disfrancato cioè dal peccato e reso nobile e quindi capace di raggiungere
la scintilla della synderesis e di cibarsi della sapienza .
Secondo un triplice sviluppo, così almeno per Bonaventura, la nostra
mente considera i corporalia exteriora (sensibilità), poi
intra se et in se (spirito), infine supra se (mente). Seppure
ognuno di questi modi si duplica in quanto Dio è considerato come
alfa e omega e i gradi dell’ascesa a Dio divengono sei, purificazione, illuminazione
e perfezione costituiscono le tre vie attraverso le quali avviene la speculatio
Dei in sua imagine donis gratuitis reformata; ad esse Bonaventura dedicò
il De Triplici via, coevo all’Itinerarium.
Al quarto grado dell’ascesa, corrispondente all’alfa del secondo grado,
avviene la restaurazione della capacità dell’anima di ad se tanquam
ad Dei Imaginem reintrare, in virtù di Cristo nuova scala:
Et quoniam, ubi quis ceciderit, necesse habet ibidem recumbere, nisi
apponat quis et "adiiciat, ut resurgat"; non potuit anima nostra perfecte
ab his sensibilibus relevari ad contuitum suis et aeternae Veritatis in se
ipsa, nisi Veritas, assumpta forma humana in Christo, fieret sibi scala
reparans priorem scalam, quae fracta fuerat in Adam.
La cima del Purgatorio (cfr. XXXI) per significata per litteram è
il secondo grado di Bernardo, il quarto di Bonaventura, e il secondo di Riccardo
da San Vittore, al quale grado si accede virtualiter: l’agens
reso capace di recta dilectio è cosi nella condizione di salire
al terzo cielo di S. Paolo ovvero alla visio di paradiso pur ordinata
secondo le nove gerarchie angeliche; Dante è restaurato nella natura
nella volontà ed è fatto capace di conoscenza analogica, lui
stesso analogo pronto ad una sempre maggiore e gerarchicamente ordinata
deificatio; appare dunque Beatrice "analogia", che con la sua bellezza
ormai tutta spirituale lo condurrà di cielo in cielo fino alla suprema
visione ove a gustar di quella pace ci sarà proprio Bernardo.
Il fatto che noi non amiamo l’ottimo, scrive Boezio,dipende dalla nostra
imperfezione; questo cammino è una reductio ad unum che renderà
libero il nostro arbitrio di scegliere liberamente il sommo bene, la felicità,
poiché Id autem est bonum, quo quis adepto nihil ulterius desiderare
queat, quel colle che è principio e cagion di tutta
gioia per raggiungere il quale l’agens ha dovuto tenere altro
viaggio, passando attraverso la conoscenza del peccato, nell’Inferno, e la
purificazione dall’inclinazione al male lungo la scala purgatoriale, che
i monaci percorrono tra le mura dei loro chiostri, e così giungere
al Paradiso terrestre dopo la restaurazione a provar diletto nella virtù
e nella giustizia naturale; pronto alla successiva scalata e alla successiva
conquista: l’acquisizione della giustizia che viene dal cielo. Raggiungere
la perfezione corrisponde all’attuazione dell’uomo in quanto ello è
uomo, in quanto capace di ragione:
...ciascuna cosa naturalmente disia la sua perfezione, sanza quella
essere non può [l’uomo] contento, che è essere beato; ché
quantunque l’altre cose avesse, sanza questa rimarrebbe in lui desiderio:
lo quale essere non può colla beatitudine, acciò che la beatitudine
sia perfetta cosa, e lo desiderio sia cosa defettiva: ché nullo desidera
quello che ha, ma quello che non ha, che è manifesto difetto. E in
questo sguardo solamente l’umana perfezione s’acquista, cioè la perfezione
della ragione, dalla quale, sì come da principalissima parte, tutta
la nostra essenzia depende;e tutte l’altre nostre operazioni -sentire, nutrire,
e tutte -sono per questa sola, e questa è per sé, e non per
altre, sì che, perfetta sia questa, perfetta è quella,
tanto cioè che l’uomo, in quanto ello è uomo, [v]ede terminato
ogni [suo] desiderio, e così è beato. E però si dice
nel libro di Sapienza: "Chi gitta via la sapienza e la dottrina, è
infelice": che è privazione dell’essere felice. [Essere felice] per
l’abito della sapienza seguita che s’acquista, e "felice [essere]" è
"essere contento", secondo la sentenza del Filosofo. Dunque si vede come
nell’aspetto di costei delle cose di Paradiso appaiono. (Conv. III,
xi, 3-5)
In tal modo la virtù divina discende tra gli uomini, non come
una emanazione plotiniana, ma come partecipazione della divinità;
l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio prima del peccato resta comunque
suo analogo in regione dissimilitudinis.
Da ultimo, conservando il De gradibus come filigrana, avviene il
passaggio al terzo cielo, al terzo grado di Bernardo, cioè a dire
l’elevazione vera e propria alla contemplazione, che è poi il terzo
cielo di Riccardo al quale si ascende intellectualiter, lì
ove gli angeli salgono e scendono la scala di Giacobbe, ovvero, con celeberrima
sintesi, al cielo di Saturno ove quel salire e quello scendere delle anime
contemplative è movimento di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio,
prolessi della visio del canto XXXIII di Paradiso ove finalmente
la disïanza sarà perfetta matura e intera. Bonaventura,
in merito allo spirito che è ormai capace di ascendere al cielo, scrive:
Quibus adeptis, efficitur spiritus noster "hierarchicus" ad conscendendum
sursum secundum conformitatem ad illam Ierusalem supernam, in quam nemo intrat,
nisi prius per gratiam ipsa in cor descendat, sicut vidit Ioannes in Apocalypsi
sua. Tunc autem in cor descendit, quando per reformationem imaginis, per
virtutes theologicas et per oblectationes spiritualium sensuum et suspensiones
excessuum efficitur spiritus noster hierarchicus, scilicet purgatus, illuminatus
et perfectus.
Basso continuo è l’analogia trinitaria: i tre momenti della
conoscenza, speculari alla triplice sostanza del Dio trino ed unico sono,
in Bonaventura, il cammino in solitudine durato tre giorni, la triplice luce
d’ogni singolo giorno, il triplice modo di esistenza delle cose e la triplice
sostanza in Cristo, nostra scala:
Haec est igitur via trium dierum in solitudine; haec est triplex illuminatio
unius diei, et prima est sicut vespera, secunda sicut mane, tertia sicut
meridies; haec respicit triplicem rerum existentiam, scilicet in materia,
in intelligentia et in arte aeterna, secundum quam dictum est: "fiat", "fecit",
et "factum est"; haec etiam respicit triplicem substantiam in Christo, qui
est scala nostra, scilicet corporalem, spiritualem et divinam.
Già per Benedetto questa scala è, in prima istanza e concretamente,
una ascesi che si compie nella discesa entro il cenobio, per tramite dell’umiliazione,
concetto con il quale si apre la Regula stessa:
Unde fratres si summe humilitatis volumus culmen attingere, et
ad exaltationem illam coelestem, ad quam per praesentis vitae humilitatem
ascenditur, volumus velociter pervenire: actibus nostris ascendentibus,
scala illa erigenda est quae in somnio Jacob apparuit, [...]
per quam ei descendentes et ascendentes angeli monstrabantur. Non aliud sine
dubio, descensus ille et ascensus a nobis intellegitur, nisi exaltatione
descendere et humilitate ascendere. Scala vero ipsa erecta, nostra
est vita in saeculo: quae humiliato corde a domino erigitur ad coelum.
Latera enim eiusdem scalae dicimus nostrum esse corpus et animam; in qua
latera diversos gradus humilitatis, vel disciplinae evocatio divina ascendendos
inseruit.
Dall’altezza del cenobio celeste, alias il cielo dei contemplanti
ove Dante lo colloca (cfr. Par. XXII, 69-74), Benedetto lamenta che
per salirla, mo nessun diparte da terra i piedi, nessuno cioè
si stacca dagli interessi del mondo; che anzi la sua regola, nata per dar
norme di vita ai cenobiti, rimasa [...] per danno de le carte,
è disattesa dagli stessi monaci contemplativi ai quali è destinata.
Ascesi comunque ardua dapprincipio poiché, osserva Carlo Nardi, "l’acquisizione
della virtù, non ancora accompagnata da diletto, richiede maggior impegno
e forza d’animo", quando ancora non sia divenuta habitus ovvero disposizione
permanente, nell’accezione propria di Aristotele. Ascesi della cui possibilità
d’attuazione è garante Cristo disceso e la sua stessa virtù,
per ripetere il già detto con le parole di Pietro Damiani:
Ipso ergo numero Dominus in Aegypti hujus ima descendit, quo populus
Israel ad terram repromissionis ascendit. Descendit, inquam, ille ut iste
ascenderet. Ille servitutis induit formam ut iste de servitutis ergastulo
liber exiret. Et observanter Moyses posuit, dicens: Ascenderunt filii Israel
cum virtute sua. Quae est enim electorum virtus nisi Chistus qui est virtus
Dei? Qui ergo ascendit, cum ipso ascendit, qui ad nos non necessitate
sed dignatione descendit; ut illud verum esse non dubitetur, quod per Apostolum
dicitur: "Qui descendit ipse est et qui ascendit super omnes caelos, ut adimpleret
omnia".
Il quale Pietro Damiani, artezza a parte, scrisse l’eulogio
di questa scala divenuta "allotropo" della vita monastica:
238 Tu scala illa Jacob [...], quae homines vehis ad coelum, et angelos
ad humanum deponis auxilium. Tu via aurea, quae homines reducis ad patriam.
Tu stadium, quod bene currentes provehis ad coronam. O vita eremitica, balneum
animarum, mors criminum, purgatorium sordidum [...] 239 Tu es ab hujus vitae
turbida vexatione sepulcrum, sed coelestis vitae pandis introitum. Te portum
tranquillitatis inveniunt, qui naufragium mundani fluctus evadunt.
Sulla sua cima c’è la conoscenza sapienzale e sensoriale di Dio "come
esperienza data ai sensi spiritualizzati dell’uomo": l’anima raggiunge la
visio estatica (fuori di sé) nel quiescere del riposo
sabbatico della sua celletta, inabissata e dispogliata nel ventre
del mistero pasquale, concrocifissa sulla croce/scala di Cristo e rinata,
come Nicodemo, dall’alto. L’anabasi sulla scala dei monaci è la strada
della imitatio Christi e della lectio divina della Sacra Srittura.
Nessuna meraviglia, dunque, che paradisus sia anche l’anima dell’uomo
giustificato, reso cioè giusto dalla grazia, come insegna S. Paolo,
e del monaco in cui già si compie il riposo sabbatico per la presenza
stessa di Dio. Gabriella Lodolo, nell’articolo a cui si è fatto riferimento
in nota, dopo aver detto che Benedetto diviene "vir Dei", tipo dell’uomo
tempio di Dio, conclude: "Il monachesimo assume in pieno tale tematica biblica,
applicandola ai momenti spirituali della conversio, del contemptus
mundi, all’esperienza della conversatio in claustro, dove l’ascolto
e la fedeltà alla parola contenuta nella Scrittura, negli insegnamenti
dei Padri, nella Regula, nella communio stessa della famiglia
monastica, conducono dal timore all’amore, sino alla santa montagna del
Sinai, vertice dell’anima e del mondo, paradisus. Tale itinerario
simboleggiato dalla mistica scala di Giacobbe, è anche l’itinerario
della preghiera contemplativa che si sviluppa nei quattro momenti della
lectio, della meditatio, della oratio, della contemplatio
, secondo i quali si articola il metodo della perfetta orazione contemplativa
indicato da Guigo della Certosa nella sua Scala Paradisi. L’uomo giusto
costruisce in sé stesso la via verso il cielo, poiché le quarantadue
generazioni che precedono il Cristo incarnano gli angeli della visione di
Giacobbe i quali annunciano scendendo verso la terra la vera divinità
del Signore, e risalendo al cielo la sua vera umanità. Così
anche la generazione secondo la carne e il sangue diviene profezia, littera
, cifra dello spirito che in essa disvela il segno della salvezza".
Per non incorrere in confusioni filoniane è necessario sottolineare
che quella degli angeli della scala di Giacobbe non è azione mediatrice
ma profetica, qualificante la relazione tra Dio e l’uomo; in Dante è
presente quella sintesi che nel Nuovo Testamento trova la sua pienezza nell’espressione
giovannea "figlio dell’uomo": nessuno è asceso al cielo se non colui
che discese dal cielo. Disceso nel ventre di una donna e innalzato sul legno
di una croce il "figlio dell’uomo", Uios tou antropou, fonda una nuova
antropologia.
Dopo tanto veder ci sembra di poter affermare che l’immagine della scala
conserva in Dante una sorta di bivalenza: c’è un significato più
letterale dell’immagine, adottato a partire da Benedetto su fino a Pier Damiani,
che si riallaccia alla tradizione dei padri del deserto e che pone l’attenzione
al lato strumentale della scala che viene ad identificarsi con l’ascesi nell’
opus practicum -mentre atleti della virtù sono coloro che salgono-;
e un significato globalmente allegorico, direttamente legato ai mistici Bernardo
e Bonaventura, che, sotto il velame e con ulteriore interiorizzazione, è
significazione degli effetti di tale perfezionamento nell’opus practicum,
ovvero l’unione con Dio e la soddisfazione d’ogni disïanza
nell’ardore di carità. Nei canti dedicati al cielo di Saturno con
l’aperto riferimento a Benedetto e Pier Damiani, Dante recupera l’immagine
della scala di Giacobbe biblica riconsiderata alla luce della Regula
, ma con la particolare attenzione al movimento degli angeli e dei beati
che salgono e scendono su di essa anticipa il movimento delle anime nella
candida rosa e gli effetti di quella ascesi che è gustare di quella
pace; cioè anticipa e pregusta la visio Dei: in filigrana,
non senza operare una sintesi mirabile, c’è la Scrittura ma anche
i mistici da Guillaume a Bernardo a Bonaventura, secondo quanto mostrato
finora.
***
La diffrazione esegetica dei più antichi commenti non ci aiuta a
effettuare il recupero di questo milieu, anzi potremmo parlare di
un vero e proprio "silenzio dei commentatori antichi" o semplicemente di
diffrazione in assenza. Epifonema posto a commento dell’excursus attraverso
la tradizione esegetica che all’immagine della scala non ha dato particolare
rilevanza e ancor meno a quella dello scendere e salire. Jacopo della Lana
spiega la littera così: scala, cioè la nostra intentione
e delli contemplanti ascende a quello "quem", cioè a quella
intentione di visione. L’Ottimo trova soddisfazione nella Genesi per
l’immagine; in quanto alle spiegazioni la scala è per lui
nostra intenzione. Pietro concisissimo scrive "scala" figurat excelsitudinem
graduum sancte religionis. Per Benvenuto è la contemplazione ma
anche figura della nostra redenzione. Per F. da Buti si tratta dello nostro
ascendimento; la chiosa ripropone una lettura del passo biblico del sogno
di Giacobbe. Nessuno dei commentatori trecenteschi, almeno in quelle redazioni
spogliate dal secolare commento, si intrattenne oltre sull’argomento. Per
completare lo scrutinio della tradizione esegetica trecentesca, è
necessario inserire almeno le due redazioni inedite di Pietro Alighieri e
la terza di Andrea Lancia notaro fiorentino, verificato che non esistono
chiose di Menghino Mezzani ad locum.
Procuriamo, dunque, a seguire le trascrizioni dei pochi passi che ci interessano
della seconda redazione di Pietro degli anni 1350-55, secondo il codice Laurenziano
Ashburnhamiano 841 (P2); del Commentarium di Pietro Alighieri nel
cd. Vat. Ottobon. Lat. 2867 elaborato entro il 1358 (P3); e, per concludere,
dell’Ottimo commento del cd. Vat. Barber. 4103 (sec. XIV), redazione
posteriore al 1337 e, per dati interni, anteriore al 1343.
// c. 306 v.Nam vult auctor intelligere primo quod speciositas sacre
Scripture tanta est, dum ostendit quanta vis est in virtute contemplativa
ipse theologie, quod, nisi temperaretur a se in tali intuitu, humanus oculus
idest intellectus deficeret in altitudine talis virtutis, que contemplantem
elevat ultra terminos humanos; pro qua auctor ponit hic scalinum ita excelsum,
de quo habes hic in textu. Nam quid excelsius quam ipsa contemplativa virtus
et vita religiosa, cum, Ysidorum, ideo religio dicitur, quia habet hominem
religare Deo ad cultum divinum vinculo serviendi. Laur. Ashburnhamiano
841 (c. 306 v. Canto XXI);
//c 309 v. Item non est in loco dictum celum empyreum sicut alii celi.
Item, quia immobile ita est, non impolat se idest non habet polos duos articum
et antarticum, super quorum asside volvitur octava spera; usque ad quam speram
celi empyrei ascendit scala, de qua hic et in precedenti capitulo dicitur.
Que, ut dixi in capitulo precedenti, allegorice dicitur et accipitur pro
virtute contemplative vite et religiose vite; vel potest accipi pro cognitione
naturali, que se elevat usque ad nonum celum, quod est primum mobile, cum
natura habeat cognitionem a motibus; unde Phylosophus in sua Physica
ait: "Natura est principium motus". At supra dictum nonum celum non est
dare motum, ut iam dixi; ergo supra illud dicta scala sub hac allegoria non
ascendit. Quam scalam dicit quod vidit Iacob angelis plenam. Legitur Genesi
capitulo XXVIII quod, dum Iacob iret Mesopotamiam accepturus uxorem de mandato
sui patris Ysaac, in tali itinere, semel nocte facta, dormuit ipse Iacob
et vidit in sompnio scalam stantem super terram et eius cacumen tangens celum
et angelos Dei ascendentes et descendentes per eam; qui excitatus dixit:
"Hic est vere domus Dei et porta celi", scilicet religio, sub premissa allegoria.
Laur. Ashburnhamiano 841 (c. 309 v. Canto XXII);
281 v. ... usque ad quod celum impireum ascendit scala de qua hic in
textu dicitur. Et quam Jacob vidit in somnio ut legitur genesis capitolo
XXVIII plena angelis que allegorice figurat altitudo religiose contemplative
vite, que facit hominem attingere contemplative Deum . Nam dormire in ittinere
ut fecit Jacob dum talia vidit dicit Augustinus quod est in via huius seculi,
ab impedimento secularium actionum quiescere unde canticorum V° ego dormio
et cor meum vigillat et genesis XXXII capitulo ad hoc etiam dicitur. Vat.
Ottoboniano Latino 2867 (cc. 280v-282 v. Super XXII canto paradisi
).
Nella seconda e nella terza redazione del commento di Pietro, la scala è
allegoria dell’altezza della vita contemplativa, la quale vita, in quanto
solitaria, supera l’umanità e assimila l’uomo a Dio: aveva infatti
notato Pietro nello stesso Commentarium (P3) al canto XXI,
parlando del riso di Beatrice, (c. 279 v.) che etiam philosophus
ait Solitari aut bestia aut plus homine... Solitudine che preme a Pietro
far notare è di carattere divino e non è "rifiuto da parte
dell’uomo "per natura compagnevole animale" e spontaneamente "cive", delle
forme basilari d’ogni civile convivenza" [...]; convivenza che rende "possibile
all’uomo il vivere felice".
Nessuna notazione suppletiva ci sembra, invece, di poter fare a proposito
dell’Ottimo nel Vat. Barberiniano Latino 4103 (cc. 347-48 C. XXII
Parad.):
/ 347 / Questi altri fochi tutti contemplanti et cetera. Qui
è Macchario qui è Romoaldo, et cetera. Qui dichiara in genero
chi furono quelle anime beate, cioè huomini contemplativi et heremiti
et monaci. [...]
Ond’elli o frate il tuo caldo disio et cetera. Qui fa sua risposta
Santo Benedetto al auctore dicendo che quello ch’egli vuole vedere si vedrae
in su l’ultima spera, dove il disio d’i santi s’adempie, però che
quivi è il fine d’ogni disiderio. Quivi è idio non circonscripto
però che non è in loco et no s’impola, cioè non è
in cielo come l’uomo è in una casa, et dice che questa scala d’oro
che si mostra in questa septima spera passa in fino sopra l’ultima spera
et che questa è quella spera che Jacob patriarcha in visione vide,
et per la quale salivano et scendevano li angeli. Poi riprende li monaci
et claustrali / 348 / del presente tempo quivi: Ma per salirla et cetera.
E ogni parte, et cetera. Qui mostra come quella spera della quale favella
non è mobile sì come le spere celeste et però le parti
d’essa non si muovono, ma sono dove sempre sono state. Ancora non è
in luogo sì come sono le celeste spere. Ancora però ch’è
immobile come è detto non si impola, cioè non ae poli sopra
li quali si volga sì come l’octava spera che ae due tramontane. Circa
la quale cosa si è da sapere che la cognitione naturale si stende
infino alla nona spera, che è il primo mobile, però che la
naturale cognitione ae principio da’ movimenti onde dice il filosofo nella
fisica: natura est principium motus et cetera. Da ivi in su non è
più movimento; nella nona spera non è luogo non è corpo
non è voto non è altra cosa che sia di consideratione naturale,
et però l’auctore nominando di quello di fuori dichiara che quella
spera non è simile alle celesti.
e nostra scala cioè nostra intentione de contemplanti.
Infin la sú la vide il patriarcha. chiaro è capitolo
XXVIII del genesi.
Ma per salirla mo nessun diparte, et cetera. Qui riprende li abbati.
monaci et claustrali, et dice che per salire quella scala che vide Jacob.
al presente neuno alza il piede dalle cose terrene. et che la regula sua
è solamente scripta in su le cuoia degl’animali morti, et non ne’
cuori de monaci, et che i monasteri sono fatti spelunche de ladroni, e le
cappe non di santitate ma di peccati sono piene.
***
Non ci resta che sceverare un riscontro verbale che avvalori l’idea che
il canto XXII è prolessi del XXXIII proprio nell’immagine della scala
e nel movimento di ascesa e discesa che le anime e la militanza angelica
compiono su di essa. A tal fine conviene condurre l’indagine, e non appaia
pretestuoso, muovendo dal vocabolo disïanza che Dante accoglie
dalla tradizione siculo-toscana, non senza premettere che in verità,
riscontri a parte, la direzione dell’osmosi tra le due cellule lessico d’amore
/ lessico mistico è da rovesciare:
"The oldest kind of allegory is the moral or homiletic allegory. Our
own study abandoned the history of homiletic allegory as soon as erotic allegory
had detached itself from it and produced the Roman de la Rose; and
ever since then we have been following the subspecies, erotic allegory, alon".
La disïanza che in Jacopo Mostacci è disïanza d’amore
non può essere soddisfatta se non attraverso la soddisfazione ch’Amor
consente "poi ch’ell’è criator d’innamoranza" (cfr. "A pena pare ch’io
saccia cantare", 57). Spiega Contini, Poeti del duecento p. 144: "I
versi poco chiari nei particolari [...], sono però evidenti nel complesso:
l’amante vuole riaccostarsi a madonna per essere sanato da quella lancia
che lo ferì".
Principiamo con un dato di fatto: tre sono le occorrenze del vocabolo
tutte paradisiache e in evidente collegamento logico incrociato: Par
. XXII, 65; Par. XXIII, 41; Par. XXXIII, 15. L’occorrenza di
Par. XXII ci introietta subito a Par. XXXIII ove la disïanza
sarà perfetta matura e intera - con accumulazione attributiva perfettiva
-, disïanza la cui soddisfazione è il volar sanz’ali
delle anime sulla scala di Giacobbe del nostro cielo saturnino. In Par
. XXIII, termine medio, da collegare indubbiamente alla problematica di
Par. VII, la lunga disianza è soddisfatta in colui che discende
nel grembo di una donna, rosa mistica. Non è forzatura, inoltre, individuare
nel verbo satisfara di Par. XXI una anticipazione linguistica
evocatrice di una qualche idea di soddisfazione che solo ignorando il c. XXII
rimane irrelata al campo semantico a cui pertiene la desianza: satisfara
viene, infatti, direttamente dalla lirica d’amore siciliana. Nella Commedia
, lasciando da parte la prima cantica, satisfara ricorre due sole volte:
nel cielo di Venere Par. IX, 79 ove sono gli spiriti amanti, e nel
cielo dei contemplanti Par. XXI, 93, gemello del XXII.
Consideriamo ora ciascuna occorrenza più attentamente:
a) Par. XXII, 65: Ivi è perfetta matura e intera
ciascuna disïanza [...]
b) Par. XXIII, 39-41: "Quivi è la sapïenza e la
possanza
ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra
onde fu già sì lunga disïanza".
c) Par. XXXIII, 13-15: Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.
In Par. XXII, in particolare in quell’Ivi, Dante si collega direttamente
al canto XXXIII e alla visio Dei, e descrive le qualità di quel desiderio
appagato così come descrive la vera amicizia, con evidente simmetria
verbale, e conseguente ideale assimilazione dei due parametri: la disïanza
perfetta matura e intera coincide verbaliter all’amistà per diletto
fatta e non per utilitade che, a sua volta, coincide con la vera filosofia
che dà la felicità, con inserzione obliqua della nozione di
amore gratuito:
Per che, sì come l’amistà per onestade fatta è
vera e perfetta e perpetua, così la filosofia
è vera e perfetta [e perpetua], che è generata per onestade
solamente, sanza altro rispetto, e per bontade dell’anima amica, che è
per diritto appetito e per diritta ragione. (Conv. III, xi, 11)
E ancora:
E sì come fine dell’amistade vera è la buona dile[tta]zione
che procede dal convivere secondo l’umanitade propriamente, cioè
secondo ragione, sì come pare sentire Aristotele nel nono dell’Etica;
così fine della Filosofia è quella eccellentissima dile[tta]zione
che non pate alcuna intermissione o vero difetto, cioè vera felicitade
che per contemplazione della veritade s’acquista. (Conv. III, xi,
14)
Termine medio, si diceva, Par. XXIII, 39-41: è Beatrice che
parla della sorgente di luce che appare in alto. In essa sono la sapienza
e la potenza che restaurarono l’alleanza tra Dio e l’uomo, cioè la
croce redentrice sulla quale Cristo ascese per la quale si attese lungamente.
Viene così stabilita la connessione disïanza- croce
(ascesa) / rosa (discesa). Per non accennare alla metafora della piccola
navicella appena successiva (cfr. Par. XXIII, 67-69) antifrastica
della croce unico legno che permette di attraversare il mare dell’essere,
e a quella della rosa, la mistica rosa Maria, nella quale avviene l’incarnazione
cioè la discesa. L’immagine della rosa, che nella lirica d’amore,
è la donna amata, si anticipa nella metafora del sole che dischiude
la rosa di Par. XXII, 55-57.
Infine, per quanto riguarda l’ultima occorrenza considerata, si ricordi
ad locum l’annotazione del Barbi allorché scrive che "voler
volar sanz’ale" è immagine ricorrente nella lirica amorosa dei tempi
di Dante. Tuttavia, osserva ancora Barbi, "è dantesca la immaginosa
concezione del volar sanz’ali applicato all’astratta desianza, che così
diviene quasi un essere concreto". Operata la connessione del "volare" (soddisfare)
con la "disïanza" (desiderio d’amore), parole come disïanza
-scala- invola, quasi disseminate e dissimulate nei
v. 61-69 di Par. XXII, appaiono essere fortemente evocative e connotanti
il volo lungo la scala che conduce ove l’alto disio / s’adempirà.
La concretezza di quella soddisfazione d’amore è anticipata nei due
lemmi fiori e frutti santi (v. 48) di contro al frutto della carne mortale
("farina ria Che fa il cor de’ monaci sì folle"), con l’aggettivo
folle che richiama i motivi legati a Ulisse e Francesca.
Il percorso della nostra indagine verbale si conclude, così come
era partito, con alcune terzine del XXII, climax verbale e nucleo
prolettico:
Par. XXII, 100-105:
La dolce donna dietro a lor mi pinse
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtú la mia natura vinse;
né mai quaggiù dove si monta e cala
naturalmente, fu sì ratto moto
ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
In conclusione la connessione desianza-ala, complicata dall’iterazione
dell’immagine salire/scendere-scala, si ripropone in queste
terzine, allorché è l’agens stesso a fare esperienza
di quel particolarissimo volo che sulla scala è scendere e salire:
paradigmaticamente opposto al folle volo della concupiscenza d’amore bufera
infernal che mai non resta, e a quello della nimia curiositas
di Inferno XXVI, ove Ulisse per nave consuma il folle volo. Potremo
dire: nave sta a folle volo come scala sta a volo d’amore. Il primo conduce
al naufragio e alla deperdita della soddisfazione del desiderio e della vita,
il secondo alla visio Dei per tramite della scala di Cristo. è
Beatrice, "analogo dell’amore trinitario", a spingere Dante sulla scala;
e penseremmo naturaliter a una tipologia del movimento inerente all’ascensione,
se nei versi successivi non venisse operato il confronto, per antifrasi,
con un moto terrestre qualificato dall’endiadi montare e calare
. La volontà dell’autore Dante è di qualificare il movimento
delle anime dei contemplanti sulla scala di Giacobbe: che, pur sedendo nella
loro cella, si assimilano agli "ultimi" e divengono servi di tutti e discepoli
del Cristo spogliandosi delle ricchezze e di se medesimi per salire sulla
croce-scala nella pratica delle virtù e della preghiera fino alla
contemplazione estatica d’amore dalla cui altezza di nuovo scenderanno infiammati
di carità e di nuovo si perderanno per essere seme che muore e rinasce
e porta frutti santi. Basti ricordare le parole della Lettera Aurea
di cui si discorreva sul principiare di questo breve intrattenimento. In
anni a noi più vicini, Simon Weil scriveva: "L’uomo non può
essere uno con Dio che unendosi a Dio, spogliato della sua divinità
(svuotato della sua divinità). Movimento analogo all’incarnazione;
svuotarsi della propria falsa divinità. Questo è soprannaturale,
perché è soprannaturale discendere".
Claudia Di Fonzo©
mailto:danteide@danteide.net
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